antropologi anonimi

il blog degli antropologi anonimi
venerdì, 28 gennaio 2005

Okram Maye

 

La capanna delle libertà

 

 

 

Il villaggio lo si vede appena, mimetizzato nel colore della brousse. Compare quando quasi ci sei addosso, dopo un’ora di pista sconnessa dalle ultime, rare piogge. Poche capanne arse dal sole del Sahel immerse in una piana che vibra nel calore del pomeriggio. Una mandria di buoi passa silenziosa ai bordi del villaggio. Solo i colpi del fabbro risuonano nell’aria. E’ qui, nel villaggio di Zouafrou, che vive Okram Maye, uno degli ultimi grandi griot del Sahel, erede di una lunga stirpe di cantastorie.

Lo trovi sempre lì, seduto all’ombra nel suo cortile, con il suo lungo abito giallo. Ha una rada barba brizzolata e gli occhi vivaci che si muovono di continuo. Come si muovono rapide le sue dita sulla kora quando intona i suoi canti.

C’è sempre gente a casa sua e le donne offrono birra di sorgo a tutti. Okram chiacchiera e ride spesso. Ama intrattenere i suoi visitatori con i suoi racconti.

“Vieni qui, nasara! - dice vedendomi arrivare – vieni e siediti con noi. Come va?”

“Bene”

“E la famiglia?”

“Bene”

“E il viaggio?”

“Bene”

“E la fatica?”

“Bene”

“Cosa ti ha spinto fin qui?”.

“Okram, ho sentito parlare di te, dicono che sei un grande griot”

“La gente parla. Non so se sono un grande griot. So che mio padre lo era, e anche mio nonno e anche il padre di mio nonno…”

La birra circolava tra i presenti che mi osservavano in silenzio.

“Vorrei poter raccogliere qualcuna delle tue storie, Okram”

“Sei anche tu un antropologo?”

Rimasi sorpreso da quella domanda. Quindi in quel villaggio sperduto era già venuto qualche ricercatore.

“Coma fai a saperlo?”

“Solo gli antropologi vengono a cacciarsi in posti come questo”

“Davvero?”

“Sì gli antropologi e i disperati, ma i disperati vanno via subito e non fanno tante domande come voi”

Era deluso, credevo di potere aprire un nuovo campo di ricerca. Okram dovette leggere sul mio volto lo sconforto.

“Di dove sei antropologo?”

“Italiano”

“Aah, allora ascolta, non avrei nessuna voglia di raccontare, ma visto che vieni dall’Italia, ho una bella storia, una storia antica, tramandatami dagli antenati, che fa per te”.

Okram disse qualcosa a un bambino che partì di corsa e tornò un attimo dopo con una kora. Il vecchio griot si sedette appoggiato al muro della sua capanna e iniziò a pizzicare le corde.

“Ascoltami bene, nasara, io te la racconto tutta, ma facciamo un patto”

“Dimmi”

“Non ti chiedo soldi. Vedi questo villaggio? E’ abitato solo da anziani come me e gli anziani come noi non hanno bisogno di soldi, ma di verità sì, ne hanno bisogno e di giustizia anche. Perciò promettimi che quando tornerai al tuo paese racconterai a tutti questa storia. Va bene?”

“D’accordo, te lo prometto”.

Le sue dita partirono sicure sulle corde di metallo e la sua voce un po’ stridula iniziò il racconto. Via via che la storia si dipanava, rimanevo sorpreso della capacità narrativa e affabulatoria di Okram. Le metafore si rincorrevano, i simboli si dischiudevano, passato e presente sembravano mischiarsi. Era davvero un grande griot.

E’ per mantenere la promessa fattagli che ho voluto mettere su carta le sue parole, così come le ha pronunciate, senza adattamenti. Perché Okram e i suoi anziani volevano questo: la verità.

 

Alex Vial, Tabanot University

 


Sono arrabbiato. Sì, arrabbiato nero. Devo dirlo, è giusto che lo dica, perché questo mi sembra davvero troppo. Va bene che voi bianchi a noi neri africani ci avete rubato già qualche decina di milioni di schiavi per farvi coltivare zucchero per i vostri stupidi tè e caffè e cotone per le vostre camicette, va bene che ci avete portato via oro, avorio, legno, diamanti e tutti i minerali preziosi (che noi abbiamo e voi no, tiè!). E va bene che ci copiate abiti, gioielli, musica che poi chiamate etnici e li vendete cari come il fuoco, che però ci rubiate anche le storie, questo no. Questo proprio non lo posso tollerare.

Già perché sono venuto a sapere da un cugino emigrato, che in Europa, anzi per essere precisi, mi hanno detto in Italia, c’è gente che va raccontando storie copiate pari pari da una nostra saga che gli antenati ci hanno raccontato e gli anziani saggi (da noi tutti gli anziani sono saggi, mica come da voi dove molti sono rimbecilliti, infatti volete persino togliergli la pensione) ci hanno tramandato oralmente.

Prima di raccontarvi l’originale, devo però presentarmi, perché quando si entra in casa di altri è bene presentarsi. Noi africani neri siamo molto formali, si sa. Mi chiamo Okram e sono un griot di sinistra. Un griot è uno che canta delle storie tramandate sempre dagli antenati. Siccome però a volte ci rompiamo le balle di ripetere sempre le storie degli antenati, invece di cantarle, le storie, le contiamo e ce ne inventiamo di sana pianta. Di sinistra perché noi griot, a corte, siamo divisi in gruppi e io sono in quello che sta a sinistra del capo. Già mio padre, mio nonno, mio bisnonno, insomma fino agli antenati (uff!) sedevano a sinistra. Poi ci sono i griot di destra, il cui padre, nonno, bisnonno ecc. sedevano dall’altro lato, ma la maggior parte dei griot non ha un lato fisso e preferisce cambiarlo a seconda dei momenti. Il più forte è Brun quello che ha cantato le lodi di tutti i capi più importanti e tutte le sere recita un’ode che si chiama Grotta a grotta.

Ora che mi sono presentato, prendo la mia kora e inizio a raccontarvi la vera storia della Mandinghia. Che gli spiriti della foresta mi assistano (qui foresta non ne abbiamo quasi più, perché il legno lo tagliamo per venderlo a voi bianchi, ma se si parla di Africa, voi pensate subito alla foresta e quindi io lo dico).

Tutto iniziò in una sera della stagione secca. Una sera di tanti, tanti anni fa. Io non c’ero, mio padre nemmeno, e nemmeno mio nonno e mio bisnonno. Indovinate un po’ chi c’era? Gli antenati, proprio così. Infatti sono stati loro a tramandarci questa storia.

Erano tutti lì a chiacchierare sotto il mango, quando la voce dello stregone risuonò in tutto villaggio: “Fuori tuttiii!”. Alzarono la testa e guardarono attoniti verso la grande capanna azzurra. L’urlo aveva scosso il tramonto che ogni sera avvolge le capanne ancora tiepide di sole.

“Basta, non se ne può più con quei bastardi bianchi! Devono andarsene, andarsene, capito!”. La gente si alzò e si diresse verso la capanna azzurra.

Gli uomini del consiglio erano tutti seduti in circolo e annuivano all’omone che urlava come un ossesso in mezzo alla capanna. Se fosse stato bianco, Borgh, lo stregone, sarebbe stato paonazzo, ma essendo nero era diventato di un marrone lucido, un po’ bluastro. Sudava e urlava e la sua tunica verde era macchiata di sudore. Anche il copricapo era di piume verdi e sul suo bastone era scolpito un guerriero con la lancia levata in segno di sfida.

Tra gli uomini del consiglio ce n’erano molti con la tunica azzurra e la stola a pois, qualcuno invece era seminudo, così era già nero ed evitava di dover acquistare una tunica di quel colore, che peraltro in Africa sono difficili da trovare.

“Sono venuti qui, nella nostra terra, come clandestini! Clandestini! Ecco cosa sono, dei bastardi clandestini!” urlava Borgh sudando.

“Bisogna mandarli via, che tornino a casa loro!” gridò Gaspour, uno di quelli neri, con il grosso labbro inferiore che sporgeva. Era uno stregone di basso rango, specializzato nel ripetere tutto quello che gli dicevano i suoi capi, ma a voce più alta.

“Via dalla Sahelia!” tuonò ancora Borgh.

“Sahelia?” A sentire questo nome i neri e gli azzurri si guardarono perplessi. “Cos’è ‘sta Sahelia?”

“Sahelia è la nostra terra, la terra di noi gente del nord”

“Nord di cosa?” chiese uno.

“Di quelli che stanno più a sud”

“Ah”

“Ci sarà pur qualcuno, siamo mica in Sudafrica! Comunque, dicevo, è la terra di noi che lavoriamo sodo, mica come quei bianchi là, quei tubab che non fanno mai niente e si prendono i nostri cauri”

Siccome sono un griot preciso, devo spiegarvi che i cauri sono conchigliette bianche che noi usavamo come monete prima che arrivaste voi con i vostri pezzi di ferro e di carta. E’ vero che i cauri non entravano nelle fessure delle macchinette del caffè, però almeno ci risparmiavamo di dover ascoltare, tutti i santi giorni, i griot economisti che ci raccontano l’andamento delle sacche di questo e quel villaggio che non sappiamo nemmeno dove stanno. Perché le vostre monete salgono e scendono tutti i giorni, non siete capaci a tenerle ferme? A volte dicono: “la borsa di New York è crollata”. E allora? Quante volte io ho appeso la mi sacca a un chiodo ed è crollata. Mica ho fatto tante storie! Provatevi voi a piantare chiodi nei muri di una capanna.

Torniamo a noi.

“Si chiama Sahelia? E da quando?” chiese uno.

Borgh era fuori di sé: “Da quando? Da adesso, l’ho deciso io. Una terra che riunisca tutti i popoli del nord, i saheliani che sono stufi di pagare le tasse a Parigi ladrona! Stufi di vedere ’sti bianchi per le strade. Fanno sporco! ”

“Grande Borgh, hai ragione, ma il problema è un po’ più complesso”. A osare interrompere lo stregone verde era stato Rokk, un altro stregone, che veniva dalla terra del grande feticcio unico e vestiva di bianco e giallo. Era un uomo colto, aveva studiato dai massimi stregoni del suo feticcio che insegnavano la bontà e l’amore verso il prossimo.

“Prima di tutto i tubab vengono da nord, grande Borgh …”

“Sono terroni del nord, allora!”

“Ecco, così va meglio, bisogna essere chiari - continuò pacato Rokk - E poi, Sahelia è bello come nome, ma il Ghana e la Costa d’Avorio non sono nel Sahel, potrebbero offendersi”.

“Terroni! Terroni del sud, quelli del Ghana e della Costa d’Avorio, stiano a casa loro!”

“Grande Borgh, sei saggio, ma la tua lingua a volte è leggera. In Ghana ci sono diamanti, oro, e se la Costa d’Avorio si chiama così vuol dire che ci sarà anche l’avorio, no? E poi, caffè, cacao, legname pregiato…”

“Ma se sono terroni, sono terr…”

“E’ vero grande Borgh, Rokk ha ragione”.

Tutti i nasi si alzarono verso il trono che dominava la Capanna azzurra. Il capo tamtam aveva parlato. Si vedeva appena la sua tunica azzurra penzolare dall’alto del suo scranno di legno decorato con biscioni intarsiati. Anche lo stregone verde si era zittito nell’udire la voce del capo tamtam.

“Consentimi, grande Borgh, lasciati possedere dagli spiriti della quiete, alza il tuo sguardo verso un orizzonte più lontano, pensa ai vantaggi di annettere i paesi del Golfo di Guinea!”

Il silenzio era calato nella capanna. Borgh rimuginava e tremava per la rabbia.

“Ma allora non potremmo più chiamarla Sahelia!”

“Su, da bravo, Borgh, ci sarà qualche altra soluzione”.

Il sole era ormai sceso, ma la Capanna azzurra spiccava ancora nel villaggio con il suo azzurro chiaro. La savana si apprestava a una nuova notte e i tamtam iniziarono a suonare. Così raccontano gli antenati.

 

La notte era calata e tutti erano andati ormai a dormire. A dire il vero, quasi tutti. Borgh e i suoi seguaci verdi in realtà erano ancora nella capanna azzurra a discutere.

“Era così bello Sahelia!” diceva uno, con rammarico.

“Già, piaceva alla nostra gente e poi era un nome nordico”

“Sì, ma il capo ha detto che non va”

“Decido io cosa va e cosa non va qui nel Sahel, non il capo tamtam” tuonò Bisso, il leader del clan della cassöla, un uomo dalla voce roca e dai modi bruschi. “La gente del Sahel è tutta con noi, non ne può più di tutti quei bianchi che sporcano…”

“Sporcano?” chiese uno dei verdi.

“Sporcano, sporcano, voi non li vedete, ma sporcano. Con quel loro petrolio hanno impestato tutto il delta del Niger. Non cresce più niente, non c’è più un pesce a pagarlo e poi fumo e puzza dovunque e sacchetti di plastica che nemmeno le capre mangiano. E poi sapete quante malattie portano qui? ”

Gli uomini si guardarono un po’ sorpresi, ma erano abituati a sopportare. Quel che diceva Bisso era legge e non si discuteva.

“Sì, malattie, malattie. Dite un po’ chi è che ha costruito tutti questi ospedali. Prima mica ce n’erano, perché non c’erano tutte quelle malattie” continuò il leader.

“Ma cosa c’entrano le malattie con la Sahelia?” azzardò uno.

“C’entrano, perché dobbiamo farla finita con Parigi ladrona, con quelli del sud dell’Africa e con tutti gli stranieri che vengono qui e ci rubano il lavoro. Basta fare gli asini da soma! I popoli del Sahel devono autodeterminarsi! Se non ci danno quello che chiediamo, allora ce ne andiamo e facciamo la repubblica autonoma di Sahelia!”

“Ma al capo tamtam quel nome non piace!”

“Non piace? E chi è quel mezzo stregone da strapazzo per darci ordini in casa nostra?”

“Giusto! E poi, non era lui che qualche anno fa era andato ad abbracciare quei bianchi appena sbarcati?”

“E’ vero, mi ricordo che piangeva anche!”

“Anche Giuda ha abbracciato Gesù, ma mica gli voleva bene”

“Almeno, però, non faceva finta di piangere”

“E’ vero, Giuda era più onesto”. Come facessero quegli africani a sapere tutte quelle cose su Gesù e Giuda proprio non lo so, visto che a noi africani ci hanno detto che siamo sempre stati animisti…Comunque, andiamo avanti.

“Basta con le ciance, dobbiamo raccogliere le firme!” ribattè Bisso.

“Hai ragione, capo, ma qui nessuno sa scrivere”

Il silenzio era calato tra quegli uomini in verde. Solo un sogghignare sordo riempiva il buio della notte.

“Sono tornate le iene?” chiese uno.

“No. E’ quell’amico del capo tamtam, l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri che torna a casa”.

“Ho trovato! Come si dice … eureka? No forse eureka lo dicono gli europei, qui diciamo afreka!, ecco”. Bisso si era alzato in piedi e si era messo al centro della Capanna della grossa lancia, sede del clan verde.

“Dovevo arrivarci io, perché qui, se non ci sono io a pensare, non lo fa nessuno”

“Veramente quando proviamo a proporre qualcosa ci cacci via …” disse uno, ma non fece in tempo a finire che venne buttato fuori a calci da Bisso stesso.

“Quello è stato troppo a Parigi e l’aria del nord lo ha rammollito. Bene, Sahelia non va? Ditemi, chi erano i nostri antenati più forti?”.

Si guardarono in faccia uno con l’altro con aria di chi sa a malapena cosa sono gli antenati.

“Grande Bisso, noi non siamo molto forti in storia, noi lavoriamo sedici ore al mattino e sedici alla sera (e se i bianchi non ci rubassero il lavoro ne lavoreremmo anche di più)” disse uno di Garbem de huta, un villaggio molto legato alla tradizione.

“Hai ragione. Beh, ve lo dico io” Fece una pausa lunghissima per far aumentare la tensione, impugnò la grossa lancia che stava al centro, gonfiò il petto e urlò: “Sapete di chi è questa lancia?”. Nessuno rispose. L’avevano sempre vista lì e tutti credevano che qualcuno l’avesse dimenticata per sbaglio.

“Sapete di chi era?”

Idem come sopra.

“Di Samorì, l’eroico capo dei mandinghi! Sissignore, i mandinghi sono la vera gente del sud, è di lì che discendiamo tutti noi” urlò soddisfatto Bisso.

“E’ vero!”

“Hai ragione”

“Che forte che è il Bisso!”

“I mandinghi sì che ce l’avevano duro, ma soprattutto ce l’avevano lungo!”. A sentire questa fine ricostruzione storico-politica tutto il clan verde si lanciò in un’ovazione per il capo Bisso. Anche Borgh, che si era risvegliato dopo il pisolino da digestione, si era messo a urlare: “Sì, i mandinghi sono la nostra vera gente, quelli che adorano gli spiriti del fiume quelli che lottarono contro quei bianchi cristiani di merda! ”.

Alla parola fiume Bisso ebbe un sussulto: “Bella idea – disse – ci devo pensare”.

I griot del clan si erano lanciati in un’orgia di tamburi e avevano iniziato a cantare la storia dei mandinghi. Non che la conoscessero, ma un buon griot riesce sempre a inventarsi qualcosa lì per lì.

Brun organizzò subito una serie di canti sul nuovo stato e ventiquattro riunioni di Grotta grotta sulla nascita del nuovo stato.

“Chiameremo la nostra terra Mandinghia. Vi piace?” disse Bisso.

“Grande!”

“Il Bisso sì che ce l’ha lungo!”

“Mandinghia libera, föra i …Capo, come possiamo chiamare i bianchi? Terun non va bene, sono del nord”

Tubab del nord, devo proprio sempre dirvi tutto io!”

“Il Bisso sa sempre tutto, ha ragione, föra i tubab del nord!”

L’entusiasmo aveva contagiato la Capanna della grossa lancia. Tutti si scalmanavano e urlavano insulti contro i bianchi. I griot dei clan verdi intonarono un’ode al capo, ma Borgh tuonò: “Basta con queste canzoni! Dobbiamo riappropriarci della nostra tradizione, delle nostre radici. Da ora in avanti voi griot dovrete intonare canti mandinghi, e solo in lingua mandinga!”

I griot si guardarono un po’ perplessi: e chi la conosceva quella lingua? E cosa cantavano i mandinghi?

“Tranquilli – disse un anziano cantastorie – ne inventeremo qualcuna di sana pianta”. Detto fatto, prese la kora e con voce squillante attaccò così:

 

Oh mia bela capanina

Che te brili suta el ciel

Cosi bassa e picinina

Te staa in mesa al Sahel

 

I griot lo guardarono estasiati. Era un grande. Bisso e Borgh godevano come ricci a sentire quella lingua, la lingua dei loro padri. Beh, insomma, si fa per dire, perché col casino che c’è stato qui in Africa tra le invasioni, la tratta degli schiavi, e poi il colonialismo, sì che sai di dove erano i tuoi padri. Poi noi abbiamo la famiglia allargata, altro bel casino e con la parentela finiamo per fare degli imbrogli che levati!

“Ecco la vera lingua degli antenati! - Urlò Borgh (ti pareva che si potesse stare mezz’ora senza tirarli in ballo) – a calci in culo, così butteremo fuori i bianchi!”.

 

La folla ormai se ne era andata e anche i griot. Nella capanna erano rimasti solo i capi. Come faccio a raccontarvi queste cose se non c’ero? Scusate, ma siete proprio un po’ duri. C’è chi tutto vede e tutto sente. Chi è? Esatto, proprio loro …

“Dobbiamo lanciare questa idea della Mandinghia, bisogna convincere la gente” diceva Bisso.

“Ma la nostra gente ci vuole poco a convincerla. Qualunque balla gli raccontiamo va bene. Basta dirgli ‘fuori ’sti bianchi dai piedi, che ci rubano il lavoro’ e loro sono con noi”.

“Lo so, lo so, ma ci vuole un’idea più grande, una trovata che faccia colpo anche sugli altri”. Mentre pensava, Borgh si grattava un alluce e cercava di togliersi un chiodo che gli si era conficcato nel piede.

“Vedi, chi è che butta i chiodi per terra? I bianchi, noi i chiodi nemmeno ce li sognavamo!”

“Lasciami pensare. Ci vuole qualcosa che faccia parlare di noi…”

“Bisognerebbe parlarne con il capo tamtam, lui è bravo a contare storie, è il suo mestiere”

“Mai! Maaaai! Con quello là mai. Lui è contro di noi, contro la gente saheliana. Con lui non andrei nemmeno a bere una zucca di birra”.

Gli anziani, che venivano dai villaggi più lontani, stavano in silenzio. Tutti sapevano che Bisso era un duro e che non avrebbe mollato.

“Ho trovato! Ci vuole un raduno, un grosso raduno”

“Geniale!” dissero tutti in coro.

“Però, è intelligente il Bisso”

“Ne sa una più dello spirito della foresta!”

Noce di karitè, altro griot di regime, disse che avrebbe composto una lunga orazione sul primo raduno dei mandinghi da suonare con tamburo uno, il più importante dei tamburi da trasmissione.

“Avete presente Tandafa?” disse Bisso con aria seria, anche se gli occhi gli brillavano per l’idea.

Tandafa, era un paesino della pianura dove, così ci è stato tramandato, un tempo ci fu una grande battaglia. Erano arrivati degli invasori dal Marocco e avevano occupato tutti i villaggi del Sahel. Allora la gente di qui si ribellò e formò una Lega. Come totem scelsero un asino. Lo so che quei bianchi europei che ci hanno copiato la storia hanno scelto un carro, ma noi in Africa, la ruota non l’avevamo inventata e allora scegliemmo l’asino, che va avanti lo stesso. E’ facile copiare e poi fare i furbi con i carri e quelle robe lì. Beh, dicevo, a Tandafa ci fu una grande battaglia e la gente dei villaggi, guidata dal mago della lancia sconfisse gli invasori. Questo ve l’ho detto io, Komu, griot di sinistra, perché voi bianchi della storia d’Africa non sapete una mazza.

“Bene, faremo lì il nostro raduno. Il raduno dei popoli saheliani”.

 

A quel tempo i tubab avevano occupato gran parte dell’Africa. Quasi tutta l’Africa dicevano i griot di sinistra. Meno del 10% sosteneva la questura di Mandinghia. Cos’è una questura non lo so bene, ma la tradizione dice così. Comunque è la stessa che a proposito del raduno di Tandafa disse che c’erano due milioni di mandinghi, mentre i griot più saggi dicevano che erano sì e no centomila e nemmeno tutti mandinghi. La maggior parte erano pensionati che stavano lì perché non sapevano come passare il tempo.

Il Bisso salì su un baobab e si mise a parlare: “Fratelli mandinghi, anche l’altro giorno sono sbarcate due navi cariche di bianchi. Vengono tutti qui perché da loro non c’è più lavoro. Vengono qui e vogliono comandare, e noi? Noi stiamo qui a guardare? E’ ora di dire basta! Sbattiamoli via, tutti a casa loro!”. La folla applaudiva, tutti si davano di gomito.

“Ci rubano il lavoro. Guardate, c’è ancora un capo villaggio nero? Noooooo! Tutti i posti da capo se li sono presi loro. E noi a lavorare per pagare le tasse a Parigi ladrona. Perciò, da adesso inizia la lotta per la Mandinghia libera, con stregoni mandinghi, capi mandinghi, re mandinghi, ciarlatani mandinghi. Se vogliono venire qui, possono al massimo accudire i nostri anziani!”.

Applausi e urla si alzavano dal prato.

“E poi sapete cosa facciamo? Ci stacchiamo dalle colonie francesi. Basta con il dominio di Parigi, vogliamo il federalismo, vogliamo costruire l’Africa delle tribù”.

Nessuno sapeva cosa fosse ‘sto federalismo, ma qualcuno applaudì lo stesso.

“E se c’è qualche anziano che non è d’accordo, perché dice che le tribù non si possono dividere, sappia che qui da noi le frecce costano 300 cauri”

Una voce si alzò e disse: “Ma il capo tamtam è d’accordo?”.

“Noi rappresentiamo i popoli mandinghi e se a quel piccoletto del capo tamtam non va bene, ce ne freghiamo! Capito? Ce ne freghiamo di lui e di tutti quelli come lui, perché noi mandinghi ce l’abbiamo lungo! Lungoooo! Capito?”. La folla esplose in un applauso d’entusiasmo. I maschi si spellavano le mani e guardavano le mogli come a dire: “Visto? Lo dice anche il capo!”. Le donne applaudivano anche loro, sperando che il capo, che di gente ne conosceva tanta, avesse ragione.

In un angolo gli scultori di statuette si davano un gran daffare. Uno di loro aveva avuto un’idea geniale. “Mio nonno – aveva detto – mi raccontava sempre che esisteva uno spirito mandingo che lo aveva particolarmente lungo. Più o meno sarà stato fatto così” e si mise a intagliare un omino su un lato del tronco, lasciando il resto per scolpire la parte più sporgente. Un altro lo guardò bene, poi disse: “Ma se noi lo facessimo così?”. Prese un albero intero e lo mise in orizzontale, scolpì l’omino trasversalmente da un’estremità, così gli rimase tutto il tronco per lungo per scolpire ciò che doveva essere lungo. Fu un trionfo. Al raduno le statuette di “Lung, lo spirito che arriva dappertutto” andavano a ruba. Avevano un solo difetto, bisognava piantarle per terra, perché erano sbilanciate in avanti, ma gli scultori rimediarono ben presto applicando una piccola forcella d’appoggio.

Mentre il Bisso si godeva quell’ovazione, uno spirito, discese piano piano su quella terra, sfiorò le pianure assolate del Sahel e si infilò nella sua tunica. Era lo spirito contabile. Sapete qui in Africa ci mancheranno molte cose, ma di spiriti ne abbiamo quanti bastano. A volte danno persino fastidio, ma non ci si può fare niente. Chi è che li manda? Indovinate un po’? Ecco, sì, gli antenati.

Comunque, quello era uno spirito di quelli pignoli, che fanno sempre le pulci a tutti. Infatti nemmeno gli altri spiriti lo sopportavano troppo, però era utile e faceva bene il suo lavoro. Sottile e leggero come il fumo, si infilò nell’orecchio del Bisso e iniziò a snocciolare una sfilza di cifre una dietro l’altra: somme, parziali, percentuali, ricavi, perdite, statistiche, medie. Il capo verde all’inizio credette che gli fosse entrato un calabrone nell’orecchio, ma dopo un po’ si accorse che quella era una voce. Una voce che gli antenati saggi gli avevano mandato per consigliarlo.

«Occhio – diceva la voce – a non esagerare con il capo tamtam. Lo sappiamo che è un filibustiere, figurati che vorrebbe persino fare lo spirito ad interim, però caro Bisso, lo sai come sono i conti del tuo clan? Posso usare un francesismo? A puttane. E lo sai chi è che vi ha pagato tutti i debiti che avete fatto per costruire le tettoie di paglia per raccogliere le firme? E poi il capo tamtam lo avete già fregato una volta e vi tiene d’occhio. Se sgarrate, via i soldi. Quindi, qui urla pure e racconta tutte le balle che vuoi, ma alla fine di ogni luna i conti devono quadrare, altrimenti voi iniziate non fare più i sacrifici e le offerte e noi spiriti ci arrabbiamo e sai cosa capita, no?».

La gente continuava ancora ad applaudire quando il Bisso fece un gesto con la mano per zittire tutti. I più vicini si accorsero che aveva una faccia diversa. Sembrava trasfigurato.

“Cosa ho detto a proposito del capo tamtam?”

“Che ce ne freghiamo del piccoletto!” gridò uno in prima fila tutto entusiasta. Il Bisso lo fulminò con lo sguardo: “Possibile che io parlo e voi fraintendete sempre? Parlo forse francese? Volevo dire che, visto da qui, dall’alto del palco sembra piccolo, anche voi sembrate piccoli, no?”. Quello che aveva parlato era il bisnonno di Michael Jordan, un marcantonio di due metri e passa, ma stette zitto.

Anche un altro, a cui parve di ricordare che qualche tempo prima il Bisso aveva insultato il capo tamtam, venne zittito di brutto. A questo punto la tradizione dice che anche gli antenati si sentirono un po’ presi per il culo, ma siccome the tradition must go on andiamo avanti.

“Dico che se vogliamo vincere dobbiamo allearci con lui. Lui comanda tutti i tamtam, tutti i griot. E poi ha alleati di grande valore e onestà, quell’onestà che tutti noi mandinghi abbiamo dentro”.

La folla guardò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri, grande stregone il cui nome significa uomo-che-si-fa-pagare-una-prestazione-due-o-tre-miliardi-di-buoi; lì accanto c’era il capo della società segreta Publiafrica e Taor, nome che significa uomo-che-spara-enormi-cazzate-e-che-porta-il-nome-di-una-nota-città-della-Sicilia.

Tanto mandinghi non sembravano, quanto a onesti, neppure per sbaglio.

Lo spirito contabile ascoltava fregandosi le mani: “Bravo – disse – e adesso invita il piccoletto sul palco, altrimenti ricomincio con le cifre ”. Il Bisso ebbe un sussulto e non lasciò nemmeno che lo spirito finisse la frase: “La secessione la faremo, ma nei modi e nei tempi giusti, non bisogna avere fretta e adesso abbiamo l’onore di avere come ospite della mandinghia il capo tamtam”.

Qualcuno mugugnò un po’, ma si convinse subito che forse non aveva capito bene prima.

“Consentitemi di esprimere il mio piacere di essere tra voi mandinghi – disse il capo – Io sono anche il vostro capo …”

“Ma non è il Bisso?” chiese San Torò, un vecchio griot di sinistra.

“Mi avete frainteso, come sempre voi griot non capite le mie parole. Volevo dire che io e il Bisso siamo amici, lo siamo sempre stati e faremo grandi cose assieme. Innanzitutto fonderemo una nuova tribù che si chiamerà La capanna delle libertà, dove tutti saranno liberi di fare quello che vogliono!”

“Bene - disse uno - così potrò correre più forte nella savana”

“Esatto – rispose il capo – Toglieremo tutti i limiti di velocità”

“Io posso dire che ho meno buoi di quanti ne ho davvero, così gli dei mi chiederanno meno sacrifici?”

“Certo! Depenalizzeremo il reato di falso in armento”

“E se quelli delle altre tribù reclamano tutti le vacche che gli abbiamo rubato?”

“Nessun problema, ci sarà una legge che impedisce di fare ricerche al di fuori della propria tribù”.

L’entusiasmo era alle stelle

“E poi prometto che creerò un milione di posti da colono e un milione da capo villaggio!”. Ovazione.

“E ridurrò anche i sacrifici animali agli spiriti: meno sacrifici per tutti”. Ovazione ancora più grande. Qualche griot di parte sostiene che fu a forza di battere le mani che i palmi degli africani si spellarono e divennero bianchi.

“Io sarò un capo contadino, come tutti voi”

“Bravo” disse uno. Era Poker, un buffo griot dalla pelle lucida. Un grande attore.

“Sarò un capo pastore, come tutti voi”

“Ma non era contadino un attimo fa?” si chiese Biago, anche lui griot, ma non come Poker.

“Taci – gli urlò il capo tamtam – Proprio tu parli, che hai fatto un uso criminoso del tuo tamburo. D’ora in avanti non reciterai mai più a corte!”

Poker sembrava impazzito dalla gioia.

“E sarò un capo magico, perché io sono stato unto dagli dei e faccio magie che nemmeno vi immaginate. Sposto soldi da una tribù all’altra, gli cambio nome, faccio apparire tamtam, li faccio sparire. Racconto balle dico che sono vere, altro che quel rompicoglioni del vostro Bisso!”

“Come sarebbe, rompicoglioni?”

“No, mi avete frainteso. Io non mi riconosco in quello che ho detto. E poi non potete prendere le mie parole ed estrapolarle dal contesto”

Da allora tutti gli antenati si stanno ancora chiedendo in quale contesto “rompicoglioni” ha un significato diverso da “persona che scassa le palle a tutti”. Furono interpellati i più grandi saggi d’Africa, ma nessuno seppe dare una risposta diversa: un rompicoglioni è un rompicoglioni.

Il capo tamtam però era un grande mago, e la sua specialità era trasformare balle in verità. Si abbassò appena. Abbassò è un eufemismo degli antenati, che sono dei signori, ma anche un po’ ruffiani (questo non lo dice la tradizione orale, lo dico io). In realtà era impossibile abbassarsi ancora. Il capo fece un rito magico battendo sul suo tamtam. Di colpo tutti iniziarono ad applaudire: “Hai visto come apprezza il nostro Bisso!”

“Bel successo per lui!”. Anche il Bisso era contento e stava tutto tronfio a godersi l’amicizia del capo tamtam.

“Nella Capanna delle libertà entrerà anche il clan dei neri, e quello dei bianco-gialli e chiunque voglia farsi gli affari suoi senza problemi, sarà gradito. Faremo dell’Africa un grande continente…”

“Ma lo è già”. Era il solito San Torò, il vecchio griot di sinistra.

“Taci, altrimenti fai anche tu la fine di Biago. Dicevo, si sa che l’Africa ha una civiltà superiore all’Europa, è talmente ovvio!”. Talmente ovvio non sembrava e la gente si guardò perplessa. Solo San Torò ebbe ancora l’ardire di ribattere: “Ma come fa a dire questo? Per esempio, loro hanno inventato la ruota e noi no!”

“Perché sono stupidi, caro il mio saputello – disse prontamente il capo – Noi abbiamo un sacco di donne che trasportano la roba in testa, perché mai avremmo dovuto inventare la ruota?”.

Ve l’ho detto che gli antenati sono dei signori. Infatti a questo punto della narrazione c’è uno stacco musicale, messo perché era indecente ripetere i nomi che le migliaia di donne lanciarono contro il capo tamtam. Ma lui fece un’altra magia e trasformò gli insulti in elogi e così la narrazione può riprendere.

“Ora passo la parola al vostro Bisso che deve farvi qualche annuncio”.

“Buona Mandinghia a tutti. Tra poco inizieranno i primi giochi mandinghi a cui potranno partecipare solo quelli grandi e grossi come sono i veri uomini da noi”. Lo spirito contabile si era mezzo assopito, ma a sentire quella frase si svegliò di colpo e toccò la spalla del Bisso dando solo un leggero colpo di tosse.

“Ma possono partecipare anche quelli meno alti, purché paghino la tassa d’iscrizione” aggiunse prontamente il Bisso che era sveglio.

“Ma prima che inizino i giochi voglio dirvi che a luna nuova, ci sarà la grande cerimonia del fiume Niger che dà il nome alla nostra terra”.

Qui anche gli antenati fanno confusione. Sarà l’età, bisogna capirli. Se il fiume si chiama Niger, la terra doveva chiamarsi Nigeria e non Mandinghia. Nemmeno quei maledetti che ci hanno copiato la storia hanno fatto di meglio: il fiume si chiama Po e mica hanno chiamato la terra Poia. Comunque, andiamo avanti.

Iniziarono i giochi mandinghi.

Il clou era la gara di tamburi. Una tradizione antica, diffusa in tutta l’Africa, nella quale però i suonatori della Capanna della libertà erano maestri. In tutti i villaggi, dal Sahel alla foresta, era abitudine che quando c’era da prendere una decisione, i membri del consiglio di villaggio si riunissero, ognuno con il suo tamburo. Dopo che il capo aveva esposto la questione, chiedeva: “Chi è d’accordo batta un colpo sul suo tamburo”. E poi stava ad ascoltare. Poi ridomandava: “Ora batta chi è contrario”. Alla fine gli anziani saggi (che da noi ci sono) valutavano il suono più forte e tiravano le conseguenze.

Accadeva così in quasi tutti i villaggi, ma la tradizione orale narra che nei villaggi della Capanna della libertà era tutta un’altra musica. Infatti lì i suonatori erano talmente abili che riuscivano a suonare due, tre tamburi per volta. Per questo vincevano sempre le votazioni. Dei veri artisti, ricordava mio nonno, rapidi, agili, infallibili, producevano un suono incredibile e anche in quell’occasione diedero prova della loro bravura stracciando gli avversari. I giochi continuarono poi con le prove di forza: bisognava strozzare un elefante a mani nude, farsi camminare sulla pancia da un ippopotamo, abbattere un avvoltoio con un rutto, passare la mano nella bocca di un coccodrillo prima che lui la chiudesse e altre amenità del genere.

 

 

Venne il grande giorno. Erano tutti lì, il Bisso, Borgh e i suoi, al bar del porto di Bamako. Avrebbero dovuto essere alle sorgenti del fiume, ma in Africa si sa, non c’è mai niente di preciso e nessuno sapeva bene dove nascesse il Niger. Facile fare come quei copioni di europei di cui mi hanno parlato, che hanno scelto un fiume che nasce da una montagna. Son buoni tutti a fare così. Trovatela voi una montagna nel Sahel!

Quindi avevano deciso che il fiume, quello simbolico, iniziava di lì, dal bar di Bamako. Dopo aver bevuto un po’ di birre, Borgh lanciò un rutto tale che le acque del Niger si incresparono fino ad allagare Timbuctu. La gente di quella città si chiese cosa era successo. Erano secoli che non vedevano tanta acqua.

“Niente, niente, è colpa dei bianchi. Dopo averci rubato il lavoro, cercano di annegarci” disse un marabutto verde, amico di Borgh, che aveva capito chi era stato a provocare l’onda.

Il Bisso scese sulla riva del fiume, prese una zucca e la riempì d’acqua sporca, la alzò in alto e si rivolse a quei quattro leoni che stavano lì attorno (lo so, voi dite quattro gatti, ma, non per vantarci, qui in Africa abbiamo i leoni, tiè).

“Quest’acqua è la sacra acqua che già bevevano i nostri antenati, gli antenati dei nostri antenati, gli antenati degli antenati dei nostri antenati …(e andò avanti così per un quarto d’ora). Ora noi prenderemo quest’acqua e la porteremo lungo tutto il Niger, fino al mare, per simboleggiare l’unità dei popoli della Mandinghia! Lungo le sponde ci saranno milioni di mandinghi a salutarci e ad adorare questa zucca piena d’acqua”. Poi salì sulla piroga con tutto il suo codazzo e partì lungo le acque limacciose verso ovest.

Ogni volta che incontravano un villaggio il Bisso alzava la zucca dicendo: “Ecco l’acqua del Niger!”.

“Bella scoperta – disse uno dalla riva – come se ce ne fosse altra!”

Un altro gli fece segno di no e tirò fuori una bottiglia di acqua minerale, dicendo che preferiva quella gasata.

La gente guardava stupita e incredula: “Perché porta l’acqua fino al mare. Ci va da sola!” disse un anziano (di quelli saggi, che da noi ci sono).

“Di acqua sporca ce n’è quanta ne vogliamo – disse un altro – Non c’era mica bisogno di portarla da lontano!”

Anche gli animali del fiume guardavano stupiti quella strana piroga verde. Gli ippopotami dissero: “Bo!” e scossero il capo non capendoci nulla, ma si sa gli ippopotami non sono molto vispi. Anche i coccodrilli dissero “Ba!”, ma non scossero il capo perché sono pigri. Solo un grosso serpente disse “Boa!” (questa battuta è pessima, ma mi è stata tramandata dagli antenati e devo dirla così).

Navigarono, navigarono fino a che arrivarono a Timbuctu. Il Bisso nel vedere quell’immensa folla che attendeva sulla riva si alzò tronfio e sollevò la sua zucca.

“Eccolo il vero popolo mandingo, quello che vuole la secessione, che si solleverà contro quei tubab che ci rubano il lavoro! …”. Quando la prima freccia colpì la piroga, il Bisso ci rimase un po’ male, ma continuò a urlare: “Guardateli, è gente dura, che non ha paura, che sa combattere…”. La seconda freccia lo sfiorò e per poco non centrò la zucca. Il Bisso allora si aggiustò gli occhiali e vide che non erano bandierine verdi quelle che la gente stava agitando sulla riva. Erano spadoni tuareg e quelli che le tenevano in mano erano tuareg incazzati perché si era sparsa la voce che quello grosso che stava seduto vicino a lui era proprio quello che aveva causato l’alluvione in città.

Arrivati a Gao si erano già rotti tutti le scatole. Alcuni antenati narrano che a festeggiare la loro discesa del fiume c’era talmente tanta gente che da allora quella regione venne chiamata Sahara, che significa “deserto”. Prima non si chiamava mica così, c’era vita laggiù, basta guardare tutte quelle incisioni rupestri! Ma sono antenati di sinistra a raccontare queste cose, gli altri dicono che è stato un gran successo, soprattutto Poker, il griot dalla pelle lucida.

 

Detto tra noi, quella della discesa del fiume era un vera e propria bischerata, ma come si dice da noi, che per i proverbi siamo famosi, “la mamma degli imbecilli è sempre incinta”. Così, narra la tradizione orale, un clan del nord-est decise di fare un gesto dimostrativo. Era un clan di gente che lavorava ed era felice di farlo. Infatti, dicono gli antenati, si chiamavano il clan dei Contentissimi. Bene, era un po’ di tempo che gli uomini di questo clan tramavano nel buio. Si incontravano di sera e facevano lunghe discussioni su come riuscire a rendersi indipendenti dal resto dell’Africa.

L’idea venne in un giorno di pioggia in cui non si poteva lavorare. I Contentissimi studiarono un piano geniale e si misero subito all’opera per realizzarlo. Prima di tutto presero un cammello e gli montarono una balestra sulla gobba. Poi gli misero degli speroni ai piedi e un rostro sul muso. Il cammello non era felicissimo, ma lo portarono l pozzo e si calmò bevendo un centinaio di litri d’acqua. La gobba adesso era bella piena e la balestra ben salda. I tre Contentissimi scelti per la missione partirono all’alba con il loro cammello corazzato. Arrivati al fiume lo caricarono su un battello. Ora io non so se qui gli antenati esagerano un po’, perché quella di mettere un cammello su un fiume mi sembra troppo idiota, anche per gente come quella, però sapete com’è, la tradizione… quindi andiamo avanti. Sbarcarono di notte vicini alla capitale. Fecero scendere il cammello e quatti quatti si avviarono verso la grande piazza. Quatti quatti per modo di dire, perché li videro un sacco di persone, ma visto che da noi è pieno di spiriti che se ne vanno in giro di notte, nessuno ci fece troppo caso. Solo uno pensò che non potevano esserci spiriti così stupidi da andare in giro con una balestra montata su un cammello, ma poi pensò che forse la birra di sorgo quella sera era più forte del solito.

Arrivati sulla piazza, mollarono lì il cammello e salirono in cima al baobab sacro che si ergeva nel centro. Erano contenti, contentissimi di averlo fatto. “Domani vedranno!”

“Dovranno darci l’indipendenza, altrimenti non scenderemo mai di qui”

“La Mandinghia ai mandinghi!”. Il cammello girava sconsolato per la piazza. Non c’era nemmeno un filo d’erba da brucare, peggio che nel deserto. E poi quella balestra cominciava anche a dargli fastidio, ma era un cammello-armato e sentiva la responsabilità della sua missione. Anche perché lo avevano scelto come simbolo della futura repubblica della Contentissima: un cammello alato con una zampa appoggiata su un libro. Era fiero e trovava che le ali gli donavano perché nascondevano un po’ la gobba.

Mentre quelli sul baobab continuavano a minacciare i bianchi e a dire “Voglio vedere che faccia faranno”, l’alba venne loro incontro. La prima luce bluastra li aiutò a vedere che faccia facevano quei militari bianchi che guardavano in alto.

“Hai visto? Sono sorpresi!”

“Già non se lo aspettavano”

“Qui, sul nostro simbolo, il baobab sacro, con la nostra bandiera”.

Sorpresi erano sorpresi, i tubab, perché non riuscivano a credere che ci fossero ancora degli imbecilli che non sapevano che di notte l’elettricità veniva tolta, ma all’alba il collegamento veniva ripristinato e quel traliccio dell’alta tensione, che era stato costruito al posto del baobab stava per essere raggiunto da una scarica fortissima.

 

Intanto continuavano gli sbarchi dei bianchi sulle coste dell’Africa. Non passava giorno che le navi non scaricassero tubab dalla Francia, dall’Inghilterra, dal Portogallo. Arrivavano senza permesso, su delle navi cariche, sbarcavano e poi non se ne andavano più via. Non passava sera che i tamtam non trasmettessero la notizia che c’era stato un nuovo sbarco. I colpi di tamburo percorrevano la savana e arrivavano in tutti i villaggi. Sapete come sono i suonatori di tamtam, non sono tutti uguali, sono come noi griot, ognuno ha il suo stile e poi la musica da noi è un po’ come la tradizione orale, ognuno la interpreta come vuole. In qualche villaggio i tamtam dicevano (più o meno, perché non è che i tamtam sono precisi precisi): sono sbarcati nuovi bianchi sulle nostre coste. Altri tamtam la buttavano più sullo spettacolare: centinaia di tubab raggiungono l’Africa, sono in cerca di lavoro e di terra, la situazione peggiora di giorno in giorno. I tamtam verdi della Lega mandinga erano i più apocalittici: milioni di bianchi minacciano la Mandinghia. E’ un’invasione, non si riesce più a controllarli. Vengono qui e rubano, si prendono l’oro, i diamanti, l’avorio, tutto.

Qualcuno diceva che bisognava usare le armi, sparargli. Altri che bisognava accoglierli e aiutarli.

“Ma se vengono qui solo per rubarci il lavoro!”

“Ma dai, in fondo fanno lavori che nessuno di noi fa”

“Cioè?”

“E chi lo fa il colono, l’amministratore, il generale?”

Le discussioni erano interminabili e in tutti i consigli di villaggio si dibatteva per decidere cosa fare.

“L’unico modo per fermare gli sbarchi è di aiutarli a casa loro” dicevano nella capanna dell’Acacia, il partito di opposizione.

“Ma come si può aiutarli? Hanno già tutto!”

“Per esempio, ho sentito dire che in Europa non ci sono neri”

“Neri negri? Come noi?”

“Sì”

“E allora?”

“Allora mandiamogli un po’ di belle donne delle nostre. Loro, magari, ne fanno una mostra, le espongono lungo i viali”

“Bella idea”

“Oppure potremmo fare una sorta di adozione a distanza” disse Waltron, gran sacerdote del dio Buon.

“In che senso?”

“Beh, potremmo mandargli materie prime, che di quelle noi ne abbiamo un casino, a basso prezzo. Quasi regalate”

“E’ vero, tutto quell’oro, quell’uranio, diamanti, coltan …”

“E il legname pregiato, caffè, cacao…”

“Dai, grande!”

 

Nella Capanna delle Libertà, invece, Borgh urlava come un ossesso: “A calci nel culo! A calci nel culo!”

Rokk dava sfoggio, come sempre, della sua pacatezza di ragionamento e del suo spirito profondamente religioso: “Potremmo affondare le loro navi e annegarli” diceva, ma con moderazione.

Bisso discuteva con il capo del clan dei neri in un angolo … Certe volte ‘sti antenati mi fanno proprio arrabbiare. Loro e la loro tradizione orale. Ma come si fa a dire che erano in un angolo se le capanne sono rotonde? Va beh, continuiamo, altrimenti non finisco più e, non so voi, ma io vorrei anche tornare a casa stasera.

Bisso e Fon, il capo del clan dei neri, discutevano piano piano. Uno diceva: “Dobbiamo fare una legge”

“Già, bella idea. Come si fa una legge?”

“Si prende uno di questi scalzacani che mangiano miglio a tradimento qui nella Capanna delle Libertà e gliela si fa scrivere. Poi diciamo che l’abbiamo fatta noi due”

“Scrivere, ma se non abbiamo la scrittura!”

“Ah, già, noi abbiamo la tradizione orale”

Di lì a un’ora si alzarono in piedi in mezzo alla capanna e dissero: “Abbiamo trovato!”

Di colpo si zittirono tutti, tranne Borgh che continuava a urlare: “A calci nel culo! A calci nel culo!” ma nessuno lo ascoltava più.

“Allora, abbiamo fatto una legge orale, la legge Bisso-Fon”

“Madonna!” dissero tutti. Come potevano dire “Madonna” se erano animisti? Mah, misteri della tradizione orale.

“Abbiamo trovato il modo di risolvere il problema. Lo abbiamo fatto rifacendoci alla nostra tradizione. Abbiamo riflettuto a lungo, in fondo anche noi siamo stati emigranti un tempo…”

Tutti guardarono i due strabuzzando gli occhi. “Saranno impazziti?” pensavano.

“Quanti di noi sono andati in America? Milioni, in Brasile, nei Caraibi, ma noi siamo brava gente, mandinghi, mica fannulloni! Noi siamo andati in America per lavorare! Lavorare!”

Applausi.

“Nessun africano poteva andare in America a fare niente. Come arrivavi, via, nelle piantagioni di cotone. Quindi, se i bianchi vogliono venire qui, devono avere un permesso di lavoro”

“E chi glielo dà?”

“Chi glielo dà, chi glielo dà, sempre a creare problemi, a remare contro!”

“E come facciamo a controllarli?”

“Gli taglieremo l’indice della mano destra e li conserveremo in una capanna. Se becchiamo un bianco che dice di essere un altro, il dito non combacerà con il moncherino”

“Geniale!”

“Così la finiremo con quelli che lavorano in bianco e non pagano le tasse!”

Ora ditemi voi se non ho ragione ad arrabbiarmi con quegli impostori della Padania! Ora loro fanno i raffinati, prendono le impronte, loro. Fanno i democratici! Ma se l’idea non veniva a noi, volevo vederli, i furbi! Comunque, andiamo avanti.

“Scusate – disse un anziano – ma nel mio villaggio c’è un missionario. E’ bianco, però fa un sacco di cose utili, ha messo su una scuola, un ospedale…”

“Bene, faremo delle eccezioni – disse il Bisso – Ai preti non taglieremo il dito”

“Nel mio villaggio c’è una bianca che fa la maestra, le devo tagliare il dito?”

“No, le bianche che accudiscono i bambini, sono esentate”

“E quei bianchi che giocano nelle nostre squadre di calcio?”

“Nemmeno a quelli”

“Poi ci sono quegli industriali che vengono qui a investire, lo taglieremo anche a loro?”

“No, no a quelli no”

A un certo punto San Torò chiese: “Ma ai bianchi lo avete detto?”

Si alzò il capo tamtam, che fino a quel momento era stato zitto, e disse con voce squillante: “Ecco il solito comunista, che rema contro, che è solo capace a distruggere, non conosce la democrazia. Io ho fatto un contratto con i mandinghi su cui c’è scritto che li butteremo fuori, e lo firmerò”

“Ma se non abbiamo la scrittura, come ha fatto a firmare?”

“Ecco, distorce le mie parole, come sempre. Se ne vada. Lasciateci lavorare!”.

 

Ai Contentissimi era andata male, ma il loro sacrificio non era stato vano. Un'altra società segreta, che faceva parte del clan di Borgh, aveva deciso di vendicare quello smacco.

“Cos’è che dà fastidio a quei tubab?”

“A me sembra che siamo solo noi neri a dargli fastidio”

“Ma ci sarà pur qualcosa che odiano. Non hanno tabù?”

“Non mi sembra”

“Possibile? Siamo solo noi gli unici pirla ad averli?”

“Però, ascoltate, loro ci considerano come animali, vero?”

“Già, si guardassero loro!”

“E poi odiano lo sporco”

“Ma se inquinano più loro di una mandria di gnu con la diarrea!”

“Fratello, hai centrato il problema”

“Ma va!”

“Sentite qui…”

Dopo essersi dati delle gran pacche sulle spalle, uscirono e andarono al mercato del bestiame. Contrattarono una dozzina di cammelli e li portarono ad abbeverarsi a una pozza vicino alla Capanna delle Libertà.

“Conosco delle radici che sono dei lassativi potentissimi” disse uno.

“Fai ascoltare ai cammelli uno dei discorsi di Borgh, fa lo stesso effetto”. Fecero così.

Verso sera i cammelli avevano ormai le gobbe piene. Allora li legarono in fila e silenziosamente si diressero verso il capoluogo.

“Lo sai tu dov’è che costruiranno la loro chiesa?”

“Sì che lo so, hanno già cintato il terreno. Vicino faranno anche la Prefettura coloniale”

“Vedrai domani quando se lo ritroveranno tutto coperto di sterco di cammello!”

“Già, vedrai che faccia faranno!”.

Il giorno dopo l’amministratore capo, attirato dalla puzza, si recò sul luogo con il capitano dell’esercito. Guardarono quella distesa di sterco fumante sotto il sole. Non riuscivano a credere ai loro occhi. Poi l’amministratore si voltò verso il suo luogotenente e disse: “Convochi la popolazione”

Tra la folla c’erano anche gli autori dell’azione, gli stercoristi. Qualcuno iniziava ad avere paura della reazione. Altri invece se la ghignavano orgogliosi del loro gesto: “Hai visto, li abbiamo colpiti nel segno!”

“Già, ora sentiamo cosa dirà”

L’amministratore salì sul palco con aria ancora stupita per quanto avvenuto. Accanto a lui c’erano gli ufficiali con tutte le medaglie.

“Cari fratelli neri, non ho parole…”

“Visto, non sa nemmeno più cosa dire”

“Non ho parole per esprimere la mia sorpresa”

“Non se lo aspettava, ma cosa credeva, che noi stessimo sempre qui ad abbassare la testa?”

“Vi avevamo sottovalutati, lo ammetto” continuò l’amministratore.

“Cosa ti dicevo? Non se lo aspettavano”

“Avevamo pensato che ci volesse molto tempo per civilizzarvi, invece, non so come, ci avete preceduti…”

“Come sarebbe?”

Avevamo predisposto corsi di formazione per gli agricoltori, per insegnare le tecniche più moderne, ma voi siete stati più bravi di noi…”

Gli stercoristi si guardarono in faccia perplessi: “Come, è contento?”

“All’inizio avevamo pensato di destinare questi terreni alla costruzione di una chiesa e della Prefettura. Poi abbiamo deciso che era più importante sviluppare l’agricoltura e su questi terreni sorgerà una fattoria modello. Non so come voi abbiate fatto a capire che la prima lezione del corso era proprio sulla concimazione. Comunque vi ringrazio per avere dimostrato di essere all’altezza e ora, passiamo alla seconda lezione. Le zappe sono là, avanti, tutti al lavoro. Inizia una nuova fase del colonialismo: l’agricoltura intensiva”.

Ho già detto che gli antenati sono dei signori. Perciò a questo punto la tradizione orale impone una strana pratica. Non essendo degno dei nostri padri fondatori ripetere i nomi che la gente rivolse al gruppetto che aveva sparso sterco di cammello (e in una tradizione orale i puntini di sospensione non si vedono), proposero di sostituirli con tre colpi di tamburo. Quindi se adesso ne avrò per un’ora a battere qui sopra, non arrabbiatevi: il dovere mi impone di rispettare la tradizione fino in fondo.

 

Visti i continui fallimenti per prendere il potere, che rimaneva saldamente in mano ai bianchi, il capo fece radunare tutti i suoi tamtam e diede ordine di trasmettere giorno e notte messaggi come: villaggi più sicuri, meno tasse per tutti, una scelta di campo.

 

Sapete come sono i tamtam, begli strumenti, per trasmettere trasmettono, ma non è che siano poi così precisi. Qualche suono scappa di tanto in tanto. Così in alcuni villaggi la gente iniziò a preoccuparsi: “Ma perché vuole i villaggi più scuri? Non siamo già abbastanza neri noi? E poi se non c’è la luna non si vede un tubo”.

Sulle rive del Niger i pescatori credettero di aver capito male, ma al secondo giro di tamburo iniziarono ad incazzarsi davvero: “Come sarebbe a dire meno nasse per tutti. Ci peschi lui con la canna!”.

“Già, e poi c’è l’altro, quello nero, che vuole persino abolire le canne!”

“Quando vai dal capo della terra a chiedere un campo ti dice: coltiva lì, oppure laggiù o vicino al fiume. In genere ci dà due o tre scelte, mica una sola!”.

Insomma, non fu una gran trovata, anche perché i conti andavano sempre peggio. Tremassi (cosa volete, qui nel Sahel monti non ce ne sono) il mago dell’economia aveva detto che con i suoi poteri avrebbe moltiplicato i cauri e tutti sarebbero stati più ricchi. Dopo qualche mese annunciò che in realtà i cauri non erano proprio moltiplicati, però, se si teneva conto che i chiaroveggenti avevano predetto che ci sarebbe stato un gran colpo di fortuna (in realtà la tradizione orale dice “culo” ma io sono un griot morigerato e mi vergogno un po’ a dire certe parole) e che quindi era come se tutti fossero più ricchi.

I saheliani si guardarono in faccia e si chiesero se quello era davvero un mago oppure un ciarlatano. Quando Tremassi annunciò con grande enfasi che uno spirito gli era apparso in sogno dicendo che a giorni tutti gli abitanti di mandinghia sarebbero diventati ricchissimi e quindi fin d’ora avrebbero dovuto pagare più tasse, capirono che la seconda risposta era quella giusta e iniziarono a mandarlo a quel villaggio (da noi non c’erano paesi, così dice la tradizione).

Visto che buttava male, Tremassi iniziò a dire che non era colpa sua se non c’erano più cauri nelle sacche della Mandinghia, era colpa dei capi tribù precedenti e che ora si ritrovava costretto a mettere un ticket sui guaritori tradizionali e stregoni.

La prima freccia lo sfiorò, la seconda centrò l’araldo della Capanna delle Libertà, Schifio (nome onomatopeico, credo. Gli antenati non specificano) e prima della terza Tremassi era già sparito nella Capanna.

La sera tutti i tamtam batterono il messaggio che l’economia andava bene, anzi benissimo (mi sono sempre chiesto come si fa a fare i superlativi con il tamburo. Dovevano essere bravissimi i nostri antenati).

 

Ora faccio uno strappo alla regola e vi racconto un brano che non fa parte della tradizione ufficiale. Esistevano infatti griot non allineati che andavano in giro, finché potevano a raccontare altre versioni dei fatti. Mi permetto di inserire un loro pezzo per quella roba che voi chiamate par condicio e che nessuno sa bene cosa vuol dire.

Il capo tamtam aveva deciso di assumere il comando di tutto il continente e per questo aveva fondato una società chiamata Forza Africa. Il problema di queste società è che costano un sacco di soldi, anzi di buoi. Infatti per avere qualche facilitazione qui e là, per ingraziarsi gli dei, bisogna pur pagare gli stregoni e questi, via via che il tempo passava si facevano più esigenti. “Vuole avere sempre più favori? Che paghi di più” dicevano. Mio cugino, quello che è stato in Europa, mi ha detto che anche da voi c’è una roba del genere: legge di mercato mi sembra che si chiami. Comunque andiamo avanti. Il capo iniziava a scocciarsi per questo continuo prelievo di buoi. Ogni volta che c’era una cerimonia gli chiedevano di sacrificare una mezza dozzina di buoi.

“Sei il più ricco, no? – gli dicevano – e allora sacrifichi più degli altri”

“Ma il capo non dovrebbe essere esentato?”

“Anzi, è o non è un privilegio fare il capo? Sì, e allora paga. Un buon capo deve dimostrarsi generoso”.

Al capo questi stregoni iniziavano a stare un po’ sulle balle. Ce n’erano alcuni che gli erano simpatici, quelli che facevano quei trucchi di far sembrare che c’erano pochi buoi dove ce n’erano tanti e tanti dove ce n’erano pochi. Quelli da cui era stato iniziato Tremassi. Quelli li pagava anche volentieri, ma gli altri...

Pensa pensa, un giorno ebbe un’idea. Chiamò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri e gli disse: “Prendi tutti i buoi e portali via”

“Dove?”

“In Nigeria, lì sono amici”

“Tutti, tutti?”

“Tutti quelli neri. Voglio aprire un ranch laggiù

“Bella idea, tutti buoi in nero!” esultò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri.

“Sì, visto che siamo in Nigeria e che i buoi li porti tutti, lo chiameremo All Nigerian”

“Bene, così quegli stregoni la pianteranno di chiederci di pagare per i sacrifici per tutta la comunità”.

Quando alla nuova luna gli stregoni andarono dal capo tamtam a chiedere buoi per i sacrifici, questo allargò le braccia dicendo: Mi spiace, non ce ne sono più”

“E dove sono finiti?”

“Una malattia li ha uccisi tutti”

“Tutti e questo per colpa vostra!”

“Come sarebbe a dire?”

“Chi è che dovrebbe proteggere dalle malattie? Eh? Voi, e invece guardate, non c’è più un bue vivo” disse mostrando il recinto vuoto. Gli stregoni restarono un po’ perplessi. Erano primitivi, ma non tonti: “Questo ci sta pigliando per il....(tre colpi di tam tam)”.

Il capo chiamò i suonatori e ordinò loro di iniziare mandare messaggi che criticavano gli stregoni: sono degli incapaci, ce l’hanno con me perché non pago i sacrifici, hanno dei pregiudizi, bisogna sostituirli e così via.

“Resistere, resistere, resistere” ripeteva il capo degli stregoni i suoi, ma i tam tam continuavano a ripetere che bisognava sostituirli.

“E chi li sostituisce?” chiesero dai villaggi, sempre via tam tam.

“IOOOOOO!” fu il segnale unico, inequivocabile che attraversò la savana e raggiunse ogni capanna del Sahel.

Fu così che il capo tam tam divenne stregone ad interim.

 

La tradizione orale è il contrario della vostra televisione: ogni tanto impone di riflettere sulle cose. Bisogna fermarsi, bere qualcosa, pensare e discutere, discutere e pensare per farsi delle idee proprie. Ecco, a questo proposito, vi racconto un apologo peul. Sapete i peul sono pastori di vacche e di buoi se ne intendono. Per adesso non è ancora nella tradizione orale, ma dategli tempo, un giorno lo diventerà.

Si chiama: Se hai 2 vacche...


Un uomo, un anziano pastore peul, sedeva ormai stanco nella sua capanna in attesa della morte. Un giorno vennero a trovarlo tutti i suoi figli e i suoi nipoti: “Papà, zio – gli dissero – sappiamo che tu hai camminato tanto, hai molte lune e hai visto più cose tu di chiunque altro al mondo. Dicci in quale parte del mondo gli uomini sono migliori?».

Il vecchio peul si rizzò con fatica a sedere e accese la sua pipa. Era vero, lui aveva camminato più di chiunque altro, aveva percorso a piedi, con le sue vacche, quasi tutto il mondo e aveva conosciuto capi, stregoni, re di mille e più tribù.

“Figli miei cosa posso dirvi? Sono stato in tribù dove c’era un governo che si chiamava
socialismo. Lì, se hai 2 vacche, il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui”. I giovani annuirono.

“Poi ho visto villaggi dove c’era il comunismo: se avevi 2 vacche, il capo villaggio te le prendeva e ti forniva il latte secondo i tuoi bisogni”.

“Abbiamo sentito parlare anche di fascismo, esiste?”

“Esiste, esiste, tu hai sempre 2 vacche. Il governo te le prende e ti vende il latte. Ma c’è di peggio, un suo parente stretto che si chiama nazismo. Metti che tu hai le solite 2 vacche. Il governo prende la vacca bianca e uccide quella nera”.

“Oooh!” dissero i giovano costernati.

“Ci sono anche capi più feroci, che se te hai, mettiamo caso 2 vacche, la polizia te le confisca e ti fucila. Li chiamano dittatori”.

“Ma non ci sono tribù senza capi?” chiese uno.

“Sì, le tribù anarch. Da loro se hai 2 vacche. Lasci che si organizzino in autogestione”.

“Ma funziona?”

“E’ difficile, figli miei, bisogna che tutti siano onesti”

“E poi? Dicci ancora”

“Poi ci sono le tribù occidentali, che hanno un sistema che chiamano democrazia. Tu hai 2 vacche, scusate se mi ripeto, ma io so solo parlare in termini di bovini. Bene, hai le tue 2 vacche e si vota per decidere a chi spetta il latte. Poi c’è una versione più evoluta, si chiama democrazia rappresentativa: sempre 2 vacche, ma lì si vota per decidere chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte”.

“Un po’ complesso, no?”

Il vecchio allargò le braccia e disse: “Cose da tubab”.

I giovani rimanevano in silenzio. Pensavano alla varietà del genere umano. Quanti sistemi avevano inventato gli uomini per crearsi dei capi che li comandavano. I loro pensieri vennero interrotti dalla voce stridula dell’anziano: “Mica è tutto qui! I bianchi ne hanno inventate di peggiori. Prendiamo il capitalismo. Tu hai 2 vacche, ne vendi una per comperare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento”.

“Wow, questo sì che rende!” esclamò il giovane Yuppé.

“Ce n’è uno che fa guadagnare ancora di più – aggiunse il vecchio – si chiama
capitalismo selvaggio. Prendiamo le 2 vacche: fai macellare la prima e obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 vacche. Alla fine licenzi l'uomo che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento”.

“Ma quanto sono crudeli ‘sti bianchi!”

“Hanno ragione i mandinghi a volerli buttare fuori!”

“Attenti ragazzi, voi siete giovani e avete poca esperienza. Occhio a chi vi promette troppe cose. Prendiamo il nostro capo tamtam, dice di volere il nostro bene, ma lui cosa fa con le sue 2 vacche?”

“Cosa fa? Le vende?”

“Le macella?”

“Se le mangia?”

“Le dà al popolo?”

“Beata innocenza. Lui ha 2 vacche (ne ha molte di più, ma prendiamo le solite due, questo aneddoto diventerà tradizione orale e quindi deve essere semplice, che tutti possano capirlo). Ne vende 3 alla sua società quotata in borsa utilizzando lettere di credito aperte da suo fratello sulla sua banca. Poi fa uno scambio delle lettere di credito con una partecipazione in una società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagna 4 vacche, beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 vacche. I diritti sulla produzione del latte di 6 vacche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una società con sede alle Isole Caiman posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla sua società i diritti sulla produzione del latte di 7 vacche. Nei libri contabili di questa società figurano 8 ruminanti, con l'opzione d'acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo lui ha abbattuto le 2 vacche perché sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarlo, magia! Diventa Capo stregone.

Figli miei, io di strada ne ho fatta tanta, davvero, ma sono un povero vecchio e non un griot. Un giorno, so che ci sarà uno, lontano di qui, un griot di una città sul mare, che scriverà una canzone pensando a me. Me lo hanno detto i veggenti. Quel griot canterà più o meno così: “certo bisogna farne di strada, per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire, che non ci sono poteri buoni”. Avrà ragione. Ho finito”.

 

 

In quel tempo, racconta la tradizione, ogni anno si teneva una riunione chiamata N8. Si chiamava così, perché a radunarsi erano gli otto più neri dell’Africa. Era una sorta di società segreta, o almeno lo era diventata, dicono gli antenati. All’inizio, infatti i neri nerissimi si riunivano in pubblico, facevano gran banchetti a base di antilopi e facoceri e decidevano come spartirsi le terre da coltivare, i territori di caccia, i fiumi, i laghi, i monti, tutto insomma. Poi, una volta successe che qualcuno iniziò a mettere in dubbio che loro potessero decidere tutto quello solo perché erano i più neri. Altri cominciarono anche a insinuare che forse non erano neppure gli otto più neri e che comunque, anche quelli più chiari avevano diritto a un po’ di terra. Il giorno che il raduno venne fatto nel villaggio del capo tamtam, successe un putiferio che nemmeno i griot più arditi sanno raccontare. La gente protestò contro gli otto nerissimi e questi chiesero aiuto ai bianchi (già, proprio così, questo però me lo ha detto San Torò, prima di essere gettato in pasto ai leoni dal capo tamtam). I bianchi inviarono i loro corpi speciali, i noti blanc-blocs, che pestarono come fabbri tutti i meno neri che incontravano. Siccome però non sapevano bene distinguere le varie sfumature di nero (e poi voi tubab dite di essere tanto bravi, eh?) riempirono di botte anche qualcuno più nero, ma ben gli sta (questo lo dico io, non la tradizione orale).

Bene, dopo quel giorno gli otto neri decisero di diventare una società segreta. Sapete che in Africa ci sono le società segrete (lo so che non lo sapete, la domanda era retorica, sull’Africa avete solo luoghi comuni). L’idea venne al capo tamtam, lui aveva già fatto parte di una nota società segreta. Quella era però costituita da soli due neri pelatissimi. Da qui il nome P2. Così gli otto neri iniziarono a riunirsi in luoghi sempre più sperduti, in mezzo alla foresta, sulle montagne, tra le dune del Sahara. Nessuno sapeva bene cosa si dicessero, ma tutti sapevano che non ne usciva niente di buono.

 

Quello (quale? Boh, gli antenati non sono mai troppo precisi) era l’anno dei Mondiali di calcio. La Mandinghia si presentava per la prima volta, ma il capo tamtam aveva avvertito tutti i calciatori prima della loro partenza: «Se finisce come 36 anni fa, vi torturo tutti, vi faccio deportare come schiavi, capito?».

Ora, a me tocca raccontarla così, perché è la tradizione orale. Però mi sono sempre chiesto: se la Mandinghia se l’erano appena inventata, come facevano ad aver perso 36 anni prima? Mah, se gli antenati la raccontano così, cosa posso farci io?

Comunque, il capo minacciava i giocatori urlando: “L’altra volta è stata una squadra da due cauri a eliminarci. Una squadra di piccoletti stranieri contro dei mandinghi grandi e grossi che io pago miliardi di cauri. Capita l’antifona?” (chissà cos’è un’antifona si chiedevano i calciatori, ma si prendevano ben guardia dal chiederlo).

Vorrei potervi raccontare come sono andati quei mondiali, ma purtroppo i griot di regime non ci hanno tramandato quasi nessuna notizia. Solo che è stata tutta colpa dell’arbitro e di un complotto organizzato dai tubab. E’ sempre così con la tradizione orale, ti raccontano solo quello che vogliono loro. Però, le voci corrono e si dice che fummo eliminati anche perché il nostro stregone non era un granché. Mentre gli altri si davano da fare con feticci, amuleti e sacrifici di buoi, il nostro più che versare un po’ d’acqua sul prato non faceva. Dico io (nel senso che questo nella tradizione orale non c’è) già qui nel Sahel di acqua ce n’è poca. Quella poca che c’è in più è anche inquinata, quindi fate voi.

Vabbè, però successe che nel popolo di Mandinghia iniziò a insinuarsi il dubbio che il capo tamtam portasse sfiga. Due mondiali, due sconfitte. Il capo tamtam, fece subito fare un sondaggio, anche perché le elezioni sarebbero state proprio l’anno dei prossimi mondiali.

“Va mica bene, caro Bisso. Qui la vedo nera, anzi, scusa bianca, per le prossime elezioni”

“Non preoccuparti, ghe pensi mi” rispose con voce roca il Bisso. Non so bene cosa voglia dire ghe pensi mi, credo si trattasse di una lingua esoterica degli antenati, ma la tradizione orale è così e io non posso farci niente.

Il Bisso andò da Borgh e gli spiegò come andavano le cose: “Abbiamo perso i mondiali perché abbiamo una squadra che non vale la scoreggia di una vecchia. A ’sti calciatori gli diamo fin troppe gazzelle e sono viziati come il culo di un’antilope…”.

Scusatemi, non è la tradizione orale che mi impone di dire parolacce, era il Bisso che parlava sempre così, per metafore, dicono gli antenati.

Borgh non era molto sveglio, ma tra un abbiocco e l’altro un po’ di lucidità finiva per sfiorarlo. “Scusa Bisso, ma a noi che ci frega? Perché dovremmo difendere la nazionale? Sono tutti i mondiali che mando in giro i nostri griot a dire qua e là che la nostra squadra è l’Atletico manding, che non ce ne frega niente degli altri, che noi vogliamo la devolution e, anzi, se perde la nazionale siamo contenti e adesso mi dici che devo andare al consiglio degli anziani a difenderla?”

“Caro Borgh – disse il Bisso con pazienza – Hai ragione, ma dimentichi che l’allenatore è uno dei nostri. Uno dei più anziani stregoni della Mandinghia”

“Sarà, però con quell’acqua magica non ha combinato un bel cavolo di niente. Se avesse almeno preso acqua del Niger, chissà, forse…”

“Già, mi hanno detto che gliel’aveva data sua sorella maga. Io l’ho sempre detto: mai fidarsi delle donne. Comunque, il capo tamtam vuole che facciamo qualcosa. Vedi tu, domani c’è consiglio”.

Borgh non tradì le aspettative. Si alzò nel bel mezzo del consiglio, enorme nella sua tunica verde, e iniziò a urlare (faceva sempre così, dicono gli antenati): “Avete visto che roba? E per colpa di chi abbiamo perso? Per colpa nostra forse?”. Gli anziani, che qui da noi sono saggi, lo ripeto, e non rincoglioniti come da voi, pensarono di sì, la squadra africana aveva fatto pietà alle pietre, ma Borgh li risvegliò dal loro torpido buon senso con uno dei suoi urli: “Noooooo! Abbiamo perso perché nel nostro campionato facciamo giocare troppi stranieri non mandinghi. Perché quella è gente che pensa solo ai soldi e non sono dei nostri e noi allora li prenderemo a calci in culo, capito! A calci in culo! Fuori. Il campionato ce lo faremo da noi e basta!”.

Si alzò a quel punto Biskoré, un griot dai capelli rossi che faceva raduni tutti i lunedì sera (io a dire la verità di neri con i capelli rossi non ne ho mai visti, ma forse era un albino o forse è una di quelle tante balle che raccontano gli antenati per rendere più divertente il racconto) e si mise a dire: “E’ vero, un applauso per il nostro ospite eccezionale Borgh, ha ragione lui, e quindi, indissolubilmente, ma con forza ribadiamo”. Iniziarono tutti a litigare per una mezz’oretta, poi decisero che di lì in avanti nessun giocatore straniero avrebbe mai più giocato in una squadra della Mandinghia, tranne alcune eccezioni, come quelli che giocavano nel Milango, la squadra del capo tamtam, il quale aveva mandato apposta un suo delegato calvo a seguire quel consiglio. Poi tutti si alzarono in piedi e cantarono l’inno. (Se le cose sono andate così, comincio a ricredermi su quanto vi ho detto prima a proposito dei nostri anziani saggi).

 

Vi ricordate tutti quei buoi neri portati in Nigeria? Bene, gli stregoni continuavano a lamentarsi che il capo tamtam non dava più i buoi che servivano per i sacrifici. Lui diceva che non li aveva più, che non erano suoi, che non ne sapeva nulla, che erano di suo fratello.

Il fratello del capo tamtam si chiamava Capro e aveva studiato dai migliori capri dell’Africa per riuscire a prendersi tutte le colpe del mondo, cioè tutte le colpe di suo fratello. In un primo momento gli stregoni iniziarono a mandargli una caterva di maledizioni che nemmeno Schnellinger nel ‘70 a città del Messico ne aveva mai ricevute tante.

Ci misero poco però a capire che quello era solo uno sfigato (scusate, devo fare una precisazione che gli antenati non si sono preoccupati di fare. Sono anziani, poverini, non sono precisi: la esse in quel caso non era privativa, anzi, il fratello prendeva colpe a tutto andare, ma si fidanzava con donne bellissime) e iniziarono a dire che il capo tamtam non poteva essere capo e stregone allo stesso tempo.

“Come no?”

“Non si può”

“Io sono stato unto dagli spiriti”

“Allora lavati, che fai anche un po’ schifo” disse un anziano stregone.

Il problema era grosso: il capo tamtam era proprietario di moltissimi buoi, anche se diceva che non era vero e che erano di un suo carissimo amico, tanto caro che lo chiamava Fedele. Avendo tanti buoi doveva sacrificarne in proporzione, ma essendo anche stregone (ad interim, ma pur sempre stregone) avrebbe dovuto ricevere lui stesso i buoi che versava, oltre a ricevere quegli degli altri.

“C’è un conflitto di interessi!” si pronunciò all’unanimità il consiglio degli stregoni.

Il capo tamtam riunì tutti i suoi nella Capanna delle Libertà e in quattro e quattr’otto fece comporre da Poker, il suo griot di fiducia un’ode che recitava:

 

“Caro consiglio stattene zitto

Il capo non deve pagare più buoi

non c’è infatti nessun conflitto

perché gli interessi son tutti suoi”

 

Il capo impose che questo canto, ripetuto fino all’esaurimento dai griot di Tamtam4 e Tamburo aperto, entrasse a far parte della tradizione orale. Visto che però gli antenati non sono mica antenati per niente e sanno quel che va detto e quel che no, si rifiutarono di inserirlo. Il capo tamtam andò su tutte le furie, accusò gli antenati di essere comunisti (quei poveri antenati sono ancora lì che si chiedono cosa vuol dire!) e radunò di nuovo tutti i suoi nella Capanna delle Libertà. Discussero a lungo, quanto la pisciata di una gazzella, poi emanarono un editto che diceva così: “Se un abitante di Mandinghia (uno, non tutti, nella fattispecie il capo tamtam e al massimo un suo amico avvocato) vede che le cose gli girano male e che sta per essere beccato, sospetta che gli antenati ce l’abbiano con lui per qualche ignobile pregiudizio, può cercare di infinocchiare ogni norma può fare richiesta di cambiare i propri antenati con altri più idonei”.

“Come sarebbe più idonei? - dissero gli antenati – ognuno ha gli antenati che ha!”

“No – disse il capo tamtam – ognuno ha gli antenati che ha, se non riesce a comprarsene di migliori!”.

“Resistere, resistere, resistere!” disse il più anziano degli antenati.

 

Intanto i bianchi continuavano ad arrivare. “Clandestini! Sono tutti clandestini! – urlava Borgh – Bisogna gettarli in mare a calci nel culo!”.

“Clandestini?” gli chiese uno.

“Sì, sono senza le cicatrici etniche!”. Devo spiegarvelo, perché voi bianchi altrimenti non capite. In Africa ogni etnia si distingue per delle cicatrici che i suoi membri portano sul viso.

“E’ vero, non si capisce di che tribù sono. Sono tutti uguali. Selvaggi!”

“Selvaggi, però ci stanno fregando” disse un anziano indovino.

“Lo dici tu, noi mica ci facciamo mettere sotto da loro, vedrai”

“Io dico che sono più forti e che finisce male”

“Sei solito menagramo. Scommettiamo che li buttiamo tutti fuori?”

L’indovino gettò sulla sabbia le sue conchigliette bianche. Stette un po’ lì a studiare i segni poi alzò gli occhi: “I segni mi danno ragione”

“Ragione cosa?”

“Vedo un congresso, in una città tedesca. I bianchi decidono di prendersi tutta l’Africa e di spartirsela tra di loro”

“Figuriamoci, grande com’è!”

“Indovino, ma chi vuoi che creda a una balla del genere!”

 

Non crediate che solo perché gli antenati ce l’avevano con i bianchi andassero tutti d’accordo tra di loro. Per carità! Non c’era un momento che si potesse stare in pace. In quel periodo c’era il gran capo Savana, leader della più potente tribù del mondo che ce l’aveva a morte con un altro capo tribù. Uno con i baffi, che viveva su un grande lago pieno di liquido nero. Un liquido strano, un po’ puzzolente, che se gli davi fuoco bruciava. Sembrava una porcheria, invece il gran capo Savana lo voleva a tutti i costi e per questo odiava a morte il capo con i baffi. A dire il vero, narra la tradizione, che, bontà sua non si fa condizionare dai politici come invece succede ai vostri griot, i due in passato erano stati amiconi per la pelle. La pelle degli altri, voglio dire. Infatti si erano divertiti assieme a dare gran batoste a una tribù vicina a quella del capo con i baffi. Era una tribù molto religiosa, anche un po’ bigotta, ma che si faceva abbastanza gli affari suoi. Il capo era uno con la barba lunga che aveva fatto subito arrabbiare Savana perché aveva sbattuto fuori un suo caro amico. L’imperatore si faceva chiamare: bella vita, donne, lusso, un sacco di soldi, armi e la gente a tirar la cinghia. Il gran capo Savana la prese molto male quando seppe che quel suo amico era stato cacciato e, siccome, dicono gli antenati, è uno a cui non piace stare solo, si cercò subito un altro amico della stessa forza di quello prima. Si sa, quando uno frequenta certi ambienti, trova quel che trova. Infatti trovò quello con i baffi. «Senti qua – gli disse – io armi te ne do quante vuoi, ti va di pestare un po’ i tuoi vicini».

«Quei bigottoni là? Dai! Bello!»

«Domani ti arrivano archi, scudi e lance»

«Senti – disse il capo con i baffi – se mi avanza qualche freccia, posso tirarla a quella tribù del nord»

«Quale?»

«Noi li chiamiamo crudi, per ridere, perché li mangiamo al sangue, ma in realtà si chiamano curdi»

«Ma dai! E sono buoni?»

«Da mangiare così così, come persone sono cattive».

«Se ti va andiamo a cacciarli assieme»

«Bene! Se vuoi invitiamo anche uno della tribù dello Stivale»

«Chi sarebbe?»

«Il capo con i baffetti»

«Come i tuoi?»

«No, più piccoli, è un duro, gli dicono sempre di dire qualcosa di sinistra, ma lui niente, neanche morto»

«Ma sarà mica un comunista!»

«Ma figurati! E’ un grande cacciatore di curdi. Una volta gli hanno portato il loro capo e lui, zac, in pochi giorni lo ha subito cacciato!»

Mi chiedo sempre come facessero a sapere cos’era il comunismo gli antenati. Credo che i loro poteri magici fossero davvero grandi.

Così i due divennero sempre più amici e si divertivano a far guerre di qua e di là.

Poi, si sa, anche le grandi amicizie finiscono. Il gran capo Savana era invidioso di quel lago nero e l’altro non voleva mollarlo. Allora Savana schierò tutti i tamburi e chiamò a raduno il Gran Consiglio delle Tribù Unite. Tutti i capi erano seduti sotto un grande albero. Il gran capo savana si alzò in piedi e cominciò a urlare che il capo con i baffi era un pericolo per tutti, che stava minacciando la sicurezza delle tribù, della sua tribù. Che aveva frecce potentissime…

«Ma non erano amici?» chiese uno un po’ perplesso.

«Sai come è fatto Savana, è un po’ così. Ti ricordi? Anche con quell’altro, quello con la barba?»

«Sì, quello che ha abbattuto i baobab gemelli»

«Anche con lui erano amici, gli dava le armi, lo addestrava, poi, di colpo, hanno rotto»

I capi tribù ascoltarono in silenzio il gran capo Savana che andava ripetendo che bisognava attaccare subito la tribù di quello con i baffi. Non aveva ancora finito di dire “attacc…” che già il capo Tamtam era saltato in piedi a dire: «Sì! Sì! Dai!   Così posso fare il generale a interim!». Si voltò a guardare i suoi che sembravano un po’ perplessi.

«Perché quella facce? Se lo dice Savana, il mio amico Savana, sarà ben giusto attaccare. Potrò fare l’arciere a interim, lo scudo a interim, la freccia, la lancia tutto a interim!»

Intanto il gran capo Savana spiegava agli altri capi, perché anche loro mica erano tanto convinti, che quella guerra era giusta: «Ci saranno zero morti».

«Come è possibile? Non si vince una guerra se non si ammazzano i nemici»

«Infatti, zero morti per noi. Ammazziamo solo gli altri»

«Ah»

«E poi è una guerra preventiva»

«Cioè?»

«Attacchiamo noi prima che attacchino loro»

«Ma loro mica hanno detto che attaccano»

«Meglio prevenire e combattere»

«Ah»

«Il capo con i baffi è una minaccia per tutti» continuava il gran capo Savana.

«Ma non erano amici?» chiese uno.

«Zitto!» rispose il capo Tamtam «Se Savana dice che una cosa è giusta è giusta».

«Ma se quello con i baffi è pericoloso, facciamo fuori lui e basta»

«Già» dissero in molti.

«Bravo te! Morto un capo se ne fa un altro. Ne arriva uno, si fa crescere i baffi e vie, di nuovo».

«Meno male che non sono suo amico – disse il capo di una piccola tribù – Altrimenti tra qualche anno mi attacca».

Il capo Tamtam si spellava le mani ogni volta che Savana apriva bocca. Anche Borgh applaudiva: «A calci in culo anche quel terrone con i baffi».

«Lui ha delle frecce avvelenate che può tirare su tutti noi»

«Ce ne sono un sacco che hanno le frecce avvelenate» disse un capo.

«Sì ma lui le vuole tirare»

«Ma non le ha mica tirate!»

«Ma le vuole tirare!» insisteva il gran capo Savana.

«Scusa – disse uno piano piano al vicino – ma fino a ora, gli unici che hanno scagliato due frecce avvelenate, non sono proprio i nonni di Savana?»

«E’ vero, ce l’hanno in molti, ma nessuno le ha mai usate»

«Basta! – urlò il capo Tamtam – Ma non lo sapete che se noi oggi siamo un paese libero è grazie alla tribù di Savana che ci ha liberato!»

«Ma fino a ieri non eravamo un paese colonizzato?»

«Sì, ma se fossimo liberi sarebbe grazie alla tribù del gran capo savana che …».

Un colpo fortissimo fece sobbalzare tutti.

«Eccolo, attacca. E’ lui, il capo con i baffi! Ve lo avevo detto» urlava Savana.

«Alla guerra! alla guerra!» gridava Tamtam.

Un soldato della tribù di Savana scagliò una freccia intelligente nella direzione da cui era provenuto il colpo. Tutti si misero in assetto da combattimento.

Da dietro un cespuglio uscì spaventatissimo un vecchietto: «Scusate – disse tirandosi su i pantaloni – mi è scappata, non ce la facevo più».

«Avete visto? – urlò il gran capo Savana – Usano armi chimiche! All’attaccoooo!»

«All’attacco! All’attacco!».

Oggi, mi hanno detto, un discendente del gran capo Savana è diventato presidente di qualche stato. No forse di più stati che si sono messi insieme. Hanno tradotto il cognome in inglese, ma mi sembra che i metodi siano sempre quelli

 

Avevano un bel da fare a Mandinghia, ma i bianchi non c’era verso di mandarli via. Anzi, aumentavano ogni giorni.

“E’ un problema di armi” ripeteva Borgh camminando nervosamente attorno alla sua capanna. Bisso arrivò canticchiando una vecchia canzone mandinga di corte “Faccetta bianca, bella padana, vieni a vedere dei mandinghi la banaaaaa!”. L’urlo arrivò sfumato dal fondo del fosso di tre metri che Borgh aveva scavato camminando.

“Cosa fai lì capo?”

“Cercavo le nostre radici”

“Ah, io stavo pensando a come sbattere fuori i bianchi”

“Ma non sei tu che urli sempre ‘a calci in culo! A calci in culo!’”

“Già, però quelli sparano”

“Abbiamo bisogno di armi più potenti”

“Già”

“Ho trovato!”

“Sei sempre il migliore Bisso!”

“Chiediamo al capo tam tam, lui avrà certamente una soluzione”.

Partirono verso la Capanna delle libertà e trovarono il capo intento a comprare tamtam dalle popolazioni di foresta per fare un network di tamtam. Sinceramente cosa sia un network non lo so, ma la tradizione orale dice così.

“Qual buon vento?”

“Vorremmo una delle tue idee geniali”

“Pronti”. E gli spiegarono il problema.

“Ma è facile, direi banale. Mi stupisce che non ci siate arrivati prima!”

I due si guardarono in faccia mortificati.

“Scusate, abbiamo delle lance?”

“Sì, di quelle ne abbiamo”

“Basta cambiargli nome, le chiameremo: missili Patriot ed è fatta”

“Madonna che idea!”

“Con gli scudi è facile, togliamo la O e diventano Scud. Gli archi li chiamiamo Tornado e le frecce dardi intelligenti”

“Perché intelligenti?”

“Vorresti chiamarle stupide? Così si offendono e vanno dove vogliono loro?”

“No, no, scusa capo, scusa”.

“E’ fattaaaa!” Urlò Borgh pregustando l’attesa vittoria sui bianchi. Corse alla sua capanna, radunò tutti gli uomini e le armi e cominciò a cambiargli nome.

Ora vi faccio una confessione: questo brano della tradizione orale alcuni antenati si sono rifiutati di trasmettercela. A loro sembrava impossibile che uno potesse venire in mente che cambiando nome a una cosa, cambiasse anche quella, però, si sa, c’è sempre qualche griot ruffiano che per farsi bello la racconta…

Comunque partirono armati di Patriot, Scud e Tornado sicuri della vittoria.

Li vedete quelle due specie di obelischi di pietra là, ecco, sono il monumento ai superstiti. Fare un monumento ai caduti sarebbe stato troppo costoso.

 

Nei villaggi, intanto, iniziava a serpeggiare il malumore. Soprattutto in quelli governati dal clan del Bisso. Li riconoscevi perché nel bel mezzo del villaggio avevano eretto un totem altissimo con un grosso bufalo scolpito e sotto una scritta in verde: federalismo. Il totem era imponente, tanto è vero che anche molti clan di sinistra (i partiti dell’Acacia) avevano finito per adorarlo anche loro.

La gente però era scontenta perché da quando era stato deciso che i tributi non andavano più pagato all’amministrazione coloniale, ma direttamente ai capi villaggio, l’IVC (Imposta di Villaggio sulle Capanne) era salita di un bel po’. “Colpa dei capi villaggio precedenti” continuavano a ripetere quelli della Capanna delle Libertà, ma la gente iniziava a sentirsi un po’ presa per i fondelli. Qualcuno, più attento degli altri, scoprì che al bufalo del federalismo mancava qualcosa tra le zampe di dietro e che quindi in realtà si trattava di una bufala.

C’è un’antica tradizione, i nostri saggi antenati la conoscono bene, che proibisce di adorare le bufale. Credere alla bufale è tabù perché non è cosa saggia. Fu così che la gente cominciò a trascurare quel totem. Nessuno lo puliva più, nessuno faceva più sacrifici e poco a poco le piogge iniziarono a farlo marcire fino a che nessuno di ricordò più di lui.

Un giorno, ormai corroso e tarlato, crollò fragorosamente, abbattendosi proprio sulla Capanna delle Libertà.

“Un attentato!” urlò Bisso

“I comunisti, sono stati i comunisti” annunciò il capo tamtam

“No, sono gli integralisti bianchi, quelli ce l’hanno con noi - diceva Borgh – A calci nel culo dobbiamo prenderli!”.

“Dichiariamogli guerra”

“Bombardiamo l’Europa!”

Un anziano si avvicinò al totem e guardò il legno e si mise a ridere: “Sono state le termiti!”

“Termiti comuniste, sono termiti comuniste - ripetè allora il capo tamtam – Tutte uguali, non hanno capi, tutte con gli stessi diritti, condividono lo stesso termitaio!”

“No, sono le termiti bianche integraliste - disse Borgh – A calci nel culo dobbiamo prenderle a calci nel culo!”.

“Dichiariamogli guerra”

“Bombardiamo i termitai!”

 

Non solo faceva lo stregone ad interim, ma quando poteva, il capo tamtam, faceva anche il mago della pioggia, ad interim. Era stato preso come da una frenesia mai vista. Palava, parlava, parlava. Un giorno disse che gli spiriti del fiume non erano abbastanza efficienti e che i pescatori si lamentavano. Lui lo sapeva bene, perché la settimana prima aveva fatto il pescatore (ad interim). Fece una manfrina agli spiriti del fiume e poi decise di cacciarli tutti e di fare lui lo spirito (ad interim). Non passava giorno che uno dei membri del consiglio della Capanna delle Libertà non venisse sgridato, umiliato e infine cacciato. Un attimo dopo ecco che il capo assumeva il suo posto (ad interim). Cacciare balle lo aveva sempre fatto, ma con il passare del tempo aveva preso l’abitudine di spararne una in ogni discorso che faceva in pubblico: “Le due tribù più grosse del mondo si facevano la guerra da anni. Ora sono in pace e grazie a chi? Eh?”. Nessuno rispondeva, anche perché tutti sapevano che le due tribù non avevano fatto nessuna pace. “Grazie a me, che ho fatto ragionare i due capi, due miei cari amici”. I due capi nemmeno lo conoscevano, ma visto che non erano lì, poteva dire quello che voleva.

Persino la sua prima moglie incappò nelle ire del capo. Un giorno aveva macinato male il miglio e lui sentì scricchiolare sotto i denti la polenta. Andò su tutte le furie e cacciò la prima moglie. “Sarò io la mia prima moglie (ad interim)” disse orgoglioso.

Durante una gara di poesia balzò nel mezzo e si mise a recitare versi: “Nel mezzo del cammin di nostra vita… vi piace? L’ho scritto io. E sentite questa: Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro… bella vero? E questa, D’in su la vetta della torre antica…. L’Odissea, la conoscete l’Odissea? L’ho scritta io, molto tempo fa, però. Dopo l’Iliade. No prima. Non mi ricordo, avevo scritto anche l’Eneide, Guerra e Pace, Per chi suona la campana, Cent’anni di solitudine, i fumetti di Nando, Pecos Bill, Geppo buon diavolo…”. La gente non si perdeva un discorso. Nessuno si ricordava di aver mai riso tanto in vita sua.

Passando davanti al mercato vide che le donne chiacchieravano e si arrabbiò: “Bisogna lavorare, non perdere tempo!”. Cacciò tutte le donne e si mise a vendere lui (ad interim). Poiché però nessuno veniva al mercato (anche perché non era giorno di mercato, e le donne che chiacchieravano non erano venditrici, ma due hostess dell’Air France) decise di fare anche l’acquirente (ad interim). Vendeva, comprava, tirava sul prezzo, si dava il resto e ringraziava.

“Avete presente la Muraglia cinese? Chi credete che l’abbia costruita? - disse un giorno in piazza - Io, con le mie mani, mattone su mattone. Se aspettavo i cinesi ero ancora lì adesso. Io sono un capo muratore”.

Era iniziata la stagione secca e il sole picchiava forte. Il capo tamtam, che peraltro era pelato, cercava ombra e si sedette ai piedi di un baobab. Il sole però continuava a scaldargli la testa: “Ma che razza di albero è questo. Non fa nemmeno un filo d’ombra!”. Prese un’ascia e abbattè il baobab. Poi disse: “Lo farò io il baobab (ad interim)”. Allargò le braccia e attese che qualcuno venisse a sedersi ai suoi piedi. Subito non si accorse che tutti lo guardavano male. Anzi, iniziava ad arrabbiarsi: “Possibile che con tutti i perditempo che ci sono, nessuno venga qui a chiacchierare alla mia ombra?”.

Nessuno veniva perché quel baobab che lui aveva abbattuto era sacro.

“Sacro a chi?” chiese agli anziani che già si preparavano a fare un sacrificio per placare le divinità.

“Agli antenati”.

“Datelo a me quel capretto che sacrificate. Da oggi faccio io gli antenati (ad interim)”

“Ma gli antenati sono quelli che hanno scoperto questo posto e hanno fondato il villaggio!” dissero gli anziani.

“E allora? Io sono forse da meno? Chi ha scoperto l’America? Gli antenati? Io quando ero genovese (ad interim). E Roma chi l’ha fondata assieme a Romolo, Remolo, Pisolo e Gongolo, eh? Altro che questo villaggetto. Guardate lassù, lo vedete quell’aeroplano? L’ho inventato io, quando facevo l’ingegnere aeronautico (ad interim)”

 

Gli anziani cominciavano a essere preoccupati. Ormai non c’era cosa o persona che non rischiasse di essere sostituita dal capo (ad interim). Più di un uomo se lo trovò nel letto perché aveva deciso di sostituire sua moglie. Qualcuno lo vide scappare velocissimo nella savana inseguito da un leone dopo che aveva deciso di fare la gazzella, anzi un branco di gazzelle (a interim).

Ma il problema era che iniziava anche a confondere i ruoli. A una riunione dei più importanti capi tribù credeva di essere un’antilope e per essere visto nel mucchio (dato che era piccolo) si mise a fare le corna con le dita.

Un giorno faceva lo stregone (ad interim) e osservava la gente che portava i buoi da sacrificare. “Mi prendete in giro?” si mise a urlare. I poveri contadini si spaventarono: “Cosa abbiamo fatto di male, capo?”

“Sarebbero buoi questi? Magri che sembrano la morte in vacanza. E poi non sono capo, oggi sono stregone”

“Abbiamo solo questi, dobbiamo versare tutto il fieno alla Capanna delle Libertà, e per i buoi ne resta poco”. Il capo, che quel giorno era stregone, ad interim, andò su tutte le furie. Saltò giù dal suo trono e si mise a picchiare i contadini: “Vi faccio vedere io come devono essere i buoi!”. Cacciò via quei cornuti e si mise a muggire come un pazzo: “Devo fare tutto io qui! Anche il bue (ad interim)!”. Muggiva, muggiva e brucava. Poi, di scatto si ricordò che lui quel giorno era anche lo stregone addetto ai sacrifici. D’un lampo prese lo spadone: “Questo sì che è un bel bue, gli spiriti saranno contenti” disse, e si assestò un tremendo colpo di spada.

Ecco, ho finito. E adesso ditemi se non avevo ragione a essere arrabbiato: ce l’hanno o non ce l’hanno copiata questa storia?

Comunque ora mi sono sfogato e sto meglio.

Ho detto finito. La tradizione finisce qui.

Beh, ve ne andate sì o no? Ho detto finito, finito, finito!

Ma non avete una casa, una famiglia? No? Niente. Una vita vostra, niente, dovete proprio stare qui?

Visto che insistete, vi racconto ancora un apologo. Si intitola: Se il mondo fosse un villaggio. Però poi ve ne andate, chiaro? Promesso? Va bene.

 

C’era una volta, qui nel Sahel, un villaggio che si chiamava Mondo. Si chiamava così perché, per una strana coincidenza della storia, o forse per volere degli dei, era lo specchio in miniatura del nostro pianeta. In quel villaggio abitavano 100 persone: 57 erano Asiatici, 21 Europei, 14 Americani (Nord Centro e Sud America) e solo 8 erano Africani. (Pochi no? E voi che continuate a rompere che siamo troppi).

Bene, nel villaggio c’erano 52 donne e 48 uomini. Dei 100 abitanti di Mondo 30 erano bianchi e cristiani, mentre 70 pregavano altre divinità e avevano la pelle scura (tiè!).

I 6 più ricchi possedevano il 59% della ricchezza dell’intero villaggio e tutti e 6 erano statunitensi (sempre loro!). Ogni americano consumava una quantità di energia 338 volte superiore rispetto a un africano Quasi 80 abitanti del villaggio vivevano in case senza abitabilità, 70 erano analfabeti e 50 soffriva di malnutrizione.

Perché vi ho raccontato di questo villaggio, vi chiederete? Intanto perché se non mi inventavo qualcosa voi non vi toglievate dai piedi nemmeno morti. E poi perché se voi bianchi testoni, imparaste a guardare il mondo da un punto di vista diverso mica vi farebbe male! Per esempio, stamattina vi siete svegliati e stavate bene? Nessuna malattia? Benone, lo sapete che siete più fortunati del milione di persone che non vedranno la prossima settimana? Non lo sapevate, vero? No, perché non ci fate caso, voi. Devo arrivare io a dirvelo (spero che trattandovi un po’ male ve ne andiate e mi lasciate tornare a casa, ché son bello che stufo di raccontare).

Lo sapete che nel vostro frigorifero c’è del cibo, se nel vostro armadio ci sono dei vestiti e se il frigo e l’armadio stanno in una casa con il tetto (e non in una capanna), bè, allora sappiate che per ognuno di voi ce ne sono tre che tutta quella roba non ce l’hanno.

Non avete mai provato il pericolo di una battaglia? La solitudine dell'imprigionamento? L'agonia della tortura? I morsi della fame? Allora siete messi meglio di un circa mezzo miliardo di abitanti di questo mondo. La domenica potete andare nelle vostre chiese a pregare il vostro dio? (“vostro”, non esageriamo) Bene, lo sapete che almeno 3 miliardi di persone questo non possono farlo?

Allora? Come la mettiamo? Ci siete rimasti un po’ male?

Lo spero.

 

 
postato da antropologi alle ore gennaio 28, 2005 15:23 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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Okram Maye

 

La capanna delle libertà

 

 

 

Il villaggio lo si vede appena, mimetizzato nel colore della brousse. Compare quando quasi ci sei addosso, dopo un’ora di pista sconnessa dalle ultime, rare piogge. Poche capanne arse dal sole del Sahel immerse in una piana che vibra nel calore del pomeriggio. Una mandria di buoi passa silenziosa ai bordi del villaggio. Solo i colpi del fabbro risuonano nell’aria. E’ qui, nel villaggio di Zouafrou, che vive Okram Maye, uno degli ultimi grandi griot del Sahel, erede di una lunga stirpe di cantastorie.

Lo trovi sempre lì, seduto all’ombra nel suo cortile, con il suo lungo abito giallo. Ha una rada barba brizzolata e gli occhi vivaci che si muovono di continuo. Come si muovono rapide le sue dita sulla kora quando intona i suoi canti.

C’è sempre gente a casa sua e le donne offrono birra di sorgo a tutti. Okram chiacchiera e ride spesso. Ama intrattenere i suoi visitatori con i suoi racconti.

“Vieni qui, nasara! - dice vedendomi arrivare – vieni e siediti con noi. Come va?”

“Bene”

“E la famiglia?”

“Bene”

“E il viaggio?”

“Bene”

“E la fatica?”

“Bene”

“Cosa ti ha spinto fin qui?”.

“Okram, ho sentito parlare di te, dicono che sei un grande griot”

“La gente parla. Non so se sono un grande griot. So che mio padre lo era, e anche mio nonno e anche il padre di mio nonno…”

La birra circolava tra i presenti che mi osservavano in silenzio.

“Vorrei poter raccogliere qualcuna delle tue storie, Okram”

“Sei anche tu un antropologo?”

Rimasi sorpreso da quella domanda. Quindi in quel villaggio sperduto era già venuto qualche ricercatore.

“Coma fai a saperlo?”

“Solo gli antropologi vengono a cacciarsi in posti come questo”

“Davvero?”

“Sì gli antropologi e i disperati, ma i disperati vanno via subito e non fanno tante domande come voi”

Era deluso, credevo di potere aprire un nuovo campo di ricerca. Okram dovette leggere sul mio volto lo sconforto.

“Di dove sei antropologo?”

“Italiano”

“Aah, allora ascolta, non avrei nessuna voglia di raccontare, ma visto che vieni dall’Italia, ho una bella storia, una storia antica, tramandatami dagli antenati, che fa per te”.

Okram disse qualcosa a un bambino che partì di corsa e tornò un attimo dopo con una kora. Il vecchio griot si sedette appoggiato al muro della sua capanna e iniziò a pizzicare le corde.

“Ascoltami bene, nasara, io te la racconto tutta, ma facciamo un patto”

“Dimmi”

“Non ti chiedo soldi. Vedi questo villaggio? E’ abitato solo da anziani come me e gli anziani come noi non hanno bisogno di soldi, ma di verità sì, ne hanno bisogno e di giustizia anche. Perciò promettimi che quando tornerai al tuo paese racconterai a tutti questa storia. Va bene?”

“D’accordo, te lo prometto”.

Le sue dita partirono sicure sulle corde di metallo e la sua voce un po’ stridula iniziò il racconto. Via via che la storia si dipanava, rimanevo sorpreso della capacità narrativa e affabulatoria di Okram. Le metafore si rincorrevano, i simboli si dischiudevano, passato e presente sembravano mischiarsi. Era davvero un grande griot.

E’ per mantenere la promessa fattagli che ho voluto mettere su carta le sue parole, così come le ha pronunciate, senza adattamenti. Perché Okram e i suoi anziani volevano questo: la verità.

 

Alex Vial, Tabanot University

 


Sono arrabbiato. Sì, arrabbiato nero. Devo dirlo, è giusto che lo dica, perché questo mi sembra davvero troppo. Va bene che voi bianchi a noi neri africani ci avete rubato già qualche decina di milioni di schiavi per farvi coltivare zucchero per i vostri stupidi tè e caffè e cotone per le vostre camicette, va bene che ci avete portato via oro, avorio, legno, diamanti e tutti i minerali preziosi (che noi abbiamo e voi no, tiè!). E va bene che ci copiate abiti, gioielli, musica che poi chiamate etnici e li vendete cari come il fuoco, che però ci rubiate anche le storie, questo no. Questo proprio non lo posso tollerare.

Già perché sono venuto a sapere da un cugino emigrato, che in Europa, anzi per essere precisi, mi hanno detto in Italia, c’è gente che va raccontando storie copiate pari pari da una nostra saga che gli antenati ci hanno raccontato e gli anziani saggi (da noi tutti gli anziani sono saggi, mica come da voi dove molti sono rimbecilliti, infatti volete persino togliergli la pensione) ci hanno tramandato oralmente.

Prima di raccontarvi l’originale, devo però presentarmi, perché quando si entra in casa di altri è bene presentarsi. Noi africani neri siamo molto formali, si sa. Mi chiamo Okram e sono un griot di sinistra. Un griot è uno che canta delle storie tramandate sempre dagli antenati. Siccome però a volte ci rompiamo le balle di ripetere sempre le storie degli antenati, invece di cantarle, le storie, le contiamo e ce ne inventiamo di sana pianta. Di sinistra perché noi griot, a corte, siamo divisi in gruppi e io sono in quello che sta a sinistra del capo. Già mio padre, mio nonno, mio bisnonno, insomma fino agli antenati (uff!) sedevano a sinistra. Poi ci sono i griot di destra, il cui padre, nonno, bisnonno ecc. sedevano dall’altro lato, ma la maggior parte dei griot non ha un lato fisso e preferisce cambiarlo a seconda dei momenti. Il più forte è Brun quello che ha cantato le lodi di tutti i capi più importanti e tutte le sere recita un’ode che si chiama Grotta a grotta.

Ora che mi sono presentato, prendo la mia kora e inizio a raccontarvi la vera storia della Mandinghia. Che gli spiriti della foresta mi assistano (qui foresta non ne abbiamo quasi più, perché il legno lo tagliamo per venderlo a voi bianchi, ma se si parla di Africa, voi pensate subito alla foresta e quindi io lo dico).

Tutto iniziò in una sera della stagione secca. Una sera di tanti, tanti anni fa. Io non c’ero, mio padre nemmeno, e nemmeno mio nonno e mio bisnonno. Indovinate un po’ chi c’era? Gli antenati, proprio così. Infatti sono stati loro a tramandarci questa storia.

Erano tutti lì a chiacchierare sotto il mango, quando la voce dello stregone risuonò in tutto villaggio: “Fuori tuttiii!”. Alzarono la testa e guardarono attoniti verso la grande capanna azzurra. L’urlo aveva scosso il tramonto che ogni sera avvolge le capanne ancora tiepide di sole.

“Basta, non se ne può più con quei bastardi bianchi! Devono andarsene, andarsene, capito!”. La gente si alzò e si diresse verso la capanna azzurra.

Gli uomini del consiglio erano tutti seduti in circolo e annuivano all’omone che urlava come un ossesso in mezzo alla capanna. Se fosse stato bianco, Borgh, lo stregone, sarebbe stato paonazzo, ma essendo nero era diventato di un marrone lucido, un po’ bluastro. Sudava e urlava e la sua tunica verde era macchiata di sudore. Anche il copricapo era di piume verdi e sul suo bastone era scolpito un guerriero con la lancia levata in segno di sfida.

Tra gli uomini del consiglio ce n’erano molti con la tunica azzurra e la stola a pois, qualcuno invece era seminudo, così era già nero ed evitava di dover acquistare una tunica di quel colore, che peraltro in Africa sono difficili da trovare.

“Sono venuti qui, nella nostra terra, come clandestini! Clandestini! Ecco cosa sono, dei bastardi clandestini!” urlava Borgh sudando.

“Bisogna mandarli via, che tornino a casa loro!” gridò Gaspour, uno di quelli neri, con il grosso labbro inferiore che sporgeva. Era uno stregone di basso rango, specializzato nel ripetere tutto quello che gli dicevano i suoi capi, ma a voce più alta.

“Via dalla Sahelia!” tuonò ancora Borgh.

“Sahelia?” A sentire questo nome i neri e gli azzurri si guardarono perplessi. “Cos’è ‘sta Sahelia?”

“Sahelia è la nostra terra, la terra di noi gente del nord”

“Nord di cosa?” chiese uno.

“Di quelli che stanno più a sud”

“Ah”

“Ci sarà pur qualcuno, siamo mica in Sudafrica! Comunque, dicevo, è la terra di noi che lavoriamo sodo, mica come quei bianchi là, quei tubab che non fanno mai niente e si prendono i nostri cauri”

Siccome sono un griot preciso, devo spiegarvi che i cauri sono conchigliette bianche che noi usavamo come monete prima che arrivaste voi con i vostri pezzi di ferro e di carta. E’ vero che i cauri non entravano nelle fessure delle macchinette del caffè, però almeno ci risparmiavamo di dover ascoltare, tutti i santi giorni, i griot economisti che ci raccontano l’andamento delle sacche di questo e quel villaggio che non sappiamo nemmeno dove stanno. Perché le vostre monete salgono e scendono tutti i giorni, non siete capaci a tenerle ferme? A volte dicono: “la borsa di New York è crollata”. E allora? Quante volte io ho appeso la mi sacca a un chiodo ed è crollata. Mica ho fatto tante storie! Provatevi voi a piantare chiodi nei muri di una capanna.

Torniamo a noi.

“Si chiama Sahelia? E da quando?” chiese uno.

Borgh era fuori di sé: “Da quando? Da adesso, l’ho deciso io. Una terra che riunisca tutti i popoli del nord, i saheliani che sono stufi di pagare le tasse a Parigi ladrona! Stufi di vedere ’sti bianchi per le strade. Fanno sporco! ”

“Grande Borgh, hai ragione, ma il problema è un po’ più complesso”. A osare interrompere lo stregone verde era stato Rokk, un altro stregone, che veniva dalla terra del grande feticcio unico e vestiva di bianco e giallo. Era un uomo colto, aveva studiato dai massimi stregoni del suo feticcio che insegnavano la bontà e l’amore verso il prossimo.

“Prima di tutto i tubab vengono da nord, grande Borgh …”

“Sono terroni del nord, allora!”

“Ecco, così va meglio, bisogna essere chiari - continuò pacato Rokk - E poi, Sahelia è bello come nome, ma il Ghana e la Costa d’Avorio non sono nel Sahel, potrebbero offendersi”.

“Terroni! Terroni del sud, quelli del Ghana e della Costa d’Avorio, stiano a casa loro!”

“Grande Borgh, sei saggio, ma la tua lingua a volte è leggera. In Ghana ci sono diamanti, oro, e se la Costa d’Avorio si chiama così vuol dire che ci sarà anche l’avorio, no? E poi, caffè, cacao, legname pregiato…”

“Ma se sono terroni, sono terr…”

“E’ vero grande Borgh, Rokk ha ragione”.

Tutti i nasi si alzarono verso il trono che dominava la Capanna azzurra. Il capo tamtam aveva parlato. Si vedeva appena la sua tunica azzurra penzolare dall’alto del suo scranno di legno decorato con biscioni intarsiati. Anche lo stregone verde si era zittito nell’udire la voce del capo tamtam.

“Consentimi, grande Borgh, lasciati possedere dagli spiriti della quiete, alza il tuo sguardo verso un orizzonte più lontano, pensa ai vantaggi di annettere i paesi del Golfo di Guinea!”

Il silenzio era calato nella capanna. Borgh rimuginava e tremava per la rabbia.

“Ma allora non potremmo più chiamarla Sahelia!”

“Su, da bravo, Borgh, ci sarà qualche altra soluzione”.

Il sole era ormai sceso, ma la Capanna azzurra spiccava ancora nel villaggio con il suo azzurro chiaro. La savana si apprestava a una nuova notte e i tamtam iniziarono a suonare. Così raccontano gli antenati.

 

La notte era calata e tutti erano andati ormai a dormire. A dire il vero, quasi tutti. Borgh e i suoi seguaci verdi in realtà erano ancora nella capanna azzurra a discutere.

“Era così bello Sahelia!” diceva uno, con rammarico.

“Già, piaceva alla nostra gente e poi era un nome nordico”

“Sì, ma il capo ha detto che non va”

“Decido io cosa va e cosa non va qui nel Sahel, non il capo tamtam” tuonò Bisso, il leader del clan della cassöla, un uomo dalla voce roca e dai modi bruschi. “La gente del Sahel è tutta con noi, non ne può più di tutti quei bianchi che sporcano…”

“Sporcano?” chiese uno dei verdi.

“Sporcano, sporcano, voi non li vedete, ma sporcano. Con quel loro petrolio hanno impestato tutto il delta del Niger. Non cresce più niente, non c’è più un pesce a pagarlo e poi fumo e puzza dovunque e sacchetti di plastica che nemmeno le capre mangiano. E poi sapete quante malattie portano qui? ”

Gli uomini si guardarono un po’ sorpresi, ma erano abituati a sopportare. Quel che diceva Bisso era legge e non si discuteva.

“Sì, malattie, malattie. Dite un po’ chi è che ha costruito tutti questi ospedali. Prima mica ce n’erano, perché non c’erano tutte quelle malattie” continuò il leader.

“Ma cosa c’entrano le malattie con la Sahelia?” azzardò uno.

“C’entrano, perché dobbiamo farla finita con Parigi ladrona, con quelli del sud dell’Africa e con tutti gli stranieri che vengono qui e ci rubano il lavoro. Basta fare gli asini da soma! I popoli del Sahel devono autodeterminarsi! Se non ci danno quello che chiediamo, allora ce ne andiamo e facciamo la repubblica autonoma di Sahelia!”

“Ma al capo tamtam quel nome non piace!”

“Non piace? E chi è quel mezzo stregone da strapazzo per darci ordini in casa nostra?”

“Giusto! E poi, non era lui che qualche anno fa era andato ad abbracciare quei bianchi appena sbarcati?”

“E’ vero, mi ricordo che piangeva anche!”

“Anche Giuda ha abbracciato Gesù, ma mica gli voleva bene”

“Almeno, però, non faceva finta di piangere”

“E’ vero, Giuda era più onesto”. Come facessero quegli africani a sapere tutte quelle cose su Gesù e Giuda proprio non lo so, visto che a noi africani ci hanno detto che siamo sempre stati animisti…Comunque, andiamo avanti.

“Basta con le ciance, dobbiamo raccogliere le firme!” ribattè Bisso.

“Hai ragione, capo, ma qui nessuno sa scrivere”

Il silenzio era calato tra quegli uomini in verde. Solo un sogghignare sordo riempiva il buio della notte.

“Sono tornate le iene?” chiese uno.

“No. E’ quell’amico del capo tamtam, l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri che torna a casa”.

“Ho trovato! Come si dice … eureka? No forse eureka lo dicono gli europei, qui diciamo afreka!, ecco”. Bisso si era alzato in piedi e si era messo al centro della Capanna della grossa lancia, sede del clan verde.

“Dovevo arrivarci io, perché qui, se non ci sono io a pensare, non lo fa nessuno”

“Veramente quando proviamo a proporre qualcosa ci cacci via …” disse uno, ma non fece in tempo a finire che venne buttato fuori a calci da Bisso stesso.

“Quello è stato troppo a Parigi e l’aria del nord lo ha rammollito. Bene, Sahelia non va? Ditemi, chi erano i nostri antenati più forti?”.

Si guardarono in faccia uno con l’altro con aria di chi sa a malapena cosa sono gli antenati.

“Grande Bisso, noi non siamo molto forti in storia, noi lavoriamo sedici ore al mattino e sedici alla sera (e se i bianchi non ci rubassero il lavoro ne lavoreremmo anche di più)” disse uno di Garbem de huta, un villaggio molto legato alla tradizione.

“Hai ragione. Beh, ve lo dico io” Fece una pausa lunghissima per far aumentare la tensione, impugnò la grossa lancia che stava al centro, gonfiò il petto e urlò: “Sapete di chi è questa lancia?”. Nessuno rispose. L’avevano sempre vista lì e tutti credevano che qualcuno l’avesse dimenticata per sbaglio.

“Sapete di chi era?”

Idem come sopra.

“Di Samorì, l’eroico capo dei mandinghi! Sissignore, i mandinghi sono la vera gente del sud, è di lì che discendiamo tutti noi” urlò soddisfatto Bisso.

“E’ vero!”

“Hai ragione”

“Che forte che è il Bisso!”

“I mandinghi sì che ce l’avevano duro, ma soprattutto ce l’avevano lungo!”. A sentire questa fine ricostruzione storico-politica tutto il clan verde si lanciò in un’ovazione per il capo Bisso. Anche Borgh, che si era risvegliato dopo il pisolino da digestione, si era messo a urlare: “Sì, i mandinghi sono la nostra vera gente, quelli che adorano gli spiriti del fiume quelli che lottarono contro quei bianchi cristiani di merda! ”.

Alla parola fiume Bisso ebbe un sussulto: “Bella idea – disse – ci devo pensare”.

I griot del clan si erano lanciati in un’orgia di tamburi e avevano iniziato a cantare la storia dei mandinghi. Non che la conoscessero, ma un buon griot riesce sempre a inventarsi qualcosa lì per lì.

Brun organizzò subito una serie di canti sul nuovo stato e ventiquattro riunioni di Grotta grotta sulla nascita del nuovo stato.

“Chiameremo la nostra terra Mandinghia. Vi piace?” disse Bisso.

“Grande!”

“Il Bisso sì che ce l’ha lungo!”

“Mandinghia libera, föra i …Capo, come possiamo chiamare i bianchi? Terun non va bene, sono del nord”

Tubab del nord, devo proprio sempre dirvi tutto io!”

“Il Bisso sa sempre tutto, ha ragione, föra i tubab del nord!”

L’entusiasmo aveva contagiato la Capanna della grossa lancia. Tutti si scalmanavano e urlavano insulti contro i bianchi. I griot dei clan verdi intonarono un’ode al capo, ma Borgh tuonò: “Basta con queste canzoni! Dobbiamo riappropriarci della nostra tradizione, delle nostre radici. Da ora in avanti voi griot dovrete intonare canti mandinghi, e solo in lingua mandinga!”

I griot si guardarono un po’ perplessi: e chi la conosceva quella lingua? E cosa cantavano i mandinghi?

“Tranquilli – disse un anziano cantastorie – ne inventeremo qualcuna di sana pianta”. Detto fatto, prese la kora e con voce squillante attaccò così:

 

Oh mia bela capanina

Che te brili suta el ciel

Cosi bassa e picinina

Te staa in mesa al Sahel

 

I griot lo guardarono estasiati. Era un grande. Bisso e Borgh godevano come ricci a sentire quella lingua, la lingua dei loro padri. Beh, insomma, si fa per dire, perché col casino che c’è stato qui in Africa tra le invasioni, la tratta degli schiavi, e poi il colonialismo, sì che sai di dove erano i tuoi padri. Poi noi abbiamo la famiglia allargata, altro bel casino e con la parentela finiamo per fare degli imbrogli che levati!

“Ecco la vera lingua degli antenati! - Urlò Borgh (ti pareva che si potesse stare mezz’ora senza tirarli in ballo) – a calci in culo, così butteremo fuori i bianchi!”.

 

La folla ormai se ne era andata e anche i griot. Nella capanna erano rimasti solo i capi. Come faccio a raccontarvi queste cose se non c’ero? Scusate, ma siete proprio un po’ duri. C’è chi tutto vede e tutto sente. Chi è? Esatto, proprio loro …

“Dobbiamo lanciare questa idea della Mandinghia, bisogna convincere la gente” diceva Bisso.

“Ma la nostra gente ci vuole poco a convincerla. Qualunque balla gli raccontiamo va bene. Basta dirgli ‘fuori ’sti bianchi dai piedi, che ci rubano il lavoro’ e loro sono con noi”.

“Lo so, lo so, ma ci vuole un’idea più grande, una trovata che faccia colpo anche sugli altri”. Mentre pensava, Borgh si grattava un alluce e cercava di togliersi un chiodo che gli si era conficcato nel piede.

“Vedi, chi è che butta i chiodi per terra? I bianchi, noi i chiodi nemmeno ce li sognavamo!”

“Lasciami pensare. Ci vuole qualcosa che faccia parlare di noi…”

“Bisognerebbe parlarne con il capo tamtam, lui è bravo a contare storie, è il suo mestiere”

“Mai! Maaaai! Con quello là mai. Lui è contro di noi, contro la gente saheliana. Con lui non andrei nemmeno a bere una zucca di birra”.

Gli anziani, che venivano dai villaggi più lontani, stavano in silenzio. Tutti sapevano che Bisso era un duro e che non avrebbe mollato.

“Ho trovato! Ci vuole un raduno, un grosso raduno”

“Geniale!” dissero tutti in coro.

“Però, è intelligente il Bisso”

“Ne sa una più dello spirito della foresta!”

Noce di karitè, altro griot di regime, disse che avrebbe composto una lunga orazione sul primo raduno dei mandinghi da suonare con tamburo uno, il più importante dei tamburi da trasmissione.

“Avete presente Tandafa?” disse Bisso con aria seria, anche se gli occhi gli brillavano per l’idea.

Tandafa, era un paesino della pianura dove, così ci è stato tramandato, un tempo ci fu una grande battaglia. Erano arrivati degli invasori dal Marocco e avevano occupato tutti i villaggi del Sahel. Allora la gente di qui si ribellò e formò una Lega. Come totem scelsero un asino. Lo so che quei bianchi europei che ci hanno copiato la storia hanno scelto un carro, ma noi in Africa, la ruota non l’avevamo inventata e allora scegliemmo l’asino, che va avanti lo stesso. E’ facile copiare e poi fare i furbi con i carri e quelle robe lì. Beh, dicevo, a Tandafa ci fu una grande battaglia e la gente dei villaggi, guidata dal mago della lancia sconfisse gli invasori. Questo ve l’ho detto io, Komu, griot di sinistra, perché voi bianchi della storia d’Africa non sapete una mazza.

“Bene, faremo lì il nostro raduno. Il raduno dei popoli saheliani”.

 

A quel tempo i tubab avevano occupato gran parte dell’Africa. Quasi tutta l’Africa dicevano i griot di sinistra. Meno del 10% sosteneva la questura di Mandinghia. Cos’è una questura non lo so bene, ma la tradizione dice così. Comunque è la stessa che a proposito del raduno di Tandafa disse che c’erano due milioni di mandinghi, mentre i griot più saggi dicevano che erano sì e no centomila e nemmeno tutti mandinghi. La maggior parte erano pensionati che stavano lì perché non sapevano come passare il tempo.

Il Bisso salì su un baobab e si mise a parlare: “Fratelli mandinghi, anche l’altro giorno sono sbarcate due navi cariche di bianchi. Vengono tutti qui perché da loro non c’è più lavoro. Vengono qui e vogliono comandare, e noi? Noi stiamo qui a guardare? E’ ora di dire basta! Sbattiamoli via, tutti a casa loro!”. La folla applaudiva, tutti si davano di gomito.

“Ci rubano il lavoro. Guardate, c’è ancora un capo villaggio nero? Noooooo! Tutti i posti da capo se li sono presi loro. E noi a lavorare per pagare le tasse a Parigi ladrona. Perciò, da adesso inizia la lotta per la Mandinghia libera, con stregoni mandinghi, capi mandinghi, re mandinghi, ciarlatani mandinghi. Se vogliono venire qui, possono al massimo accudire i nostri anziani!”.

Applausi e urla si alzavano dal prato.

“E poi sapete cosa facciamo? Ci stacchiamo dalle colonie francesi. Basta con il dominio di Parigi, vogliamo il federalismo, vogliamo costruire l’Africa delle tribù”.

Nessuno sapeva cosa fosse ‘sto federalismo, ma qualcuno applaudì lo stesso.

“E se c’è qualche anziano che non è d’accordo, perché dice che le tribù non si possono dividere, sappia che qui da noi le frecce costano 300 cauri”

Una voce si alzò e disse: “Ma il capo tamtam è d’accordo?”.

“Noi rappresentiamo i popoli mandinghi e se a quel piccoletto del capo tamtam non va bene, ce ne freghiamo! Capito? Ce ne freghiamo di lui e di tutti quelli come lui, perché noi mandinghi ce l’abbiamo lungo! Lungoooo! Capito?”. La folla esplose in un applauso d’entusiasmo. I maschi si spellavano le mani e guardavano le mogli come a dire: “Visto? Lo dice anche il capo!”. Le donne applaudivano anche loro, sperando che il capo, che di gente ne conosceva tanta, avesse ragione.

In un angolo gli scultori di statuette si davano un gran daffare. Uno di loro aveva avuto un’idea geniale. “Mio nonno – aveva detto – mi raccontava sempre che esisteva uno spirito mandingo che lo aveva particolarmente lungo. Più o meno sarà stato fatto così” e si mise a intagliare un omino su un lato del tronco, lasciando il resto per scolpire la parte più sporgente. Un altro lo guardò bene, poi disse: “Ma se noi lo facessimo così?”. Prese un albero intero e lo mise in orizzontale, scolpì l’omino trasversalmente da un’estremità, così gli rimase tutto il tronco per lungo per scolpire ciò che doveva essere lungo. Fu un trionfo. Al raduno le statuette di “Lung, lo spirito che arriva dappertutto” andavano a ruba. Avevano un solo difetto, bisognava piantarle per terra, perché erano sbilanciate in avanti, ma gli scultori rimediarono ben presto applicando una piccola forcella d’appoggio.

Mentre il Bisso si godeva quell’ovazione, uno spirito, discese piano piano su quella terra, sfiorò le pianure assolate del Sahel e si infilò nella sua tunica. Era lo spirito contabile. Sapete qui in Africa ci mancheranno molte cose, ma di spiriti ne abbiamo quanti bastano. A volte danno persino fastidio, ma non ci si può fare niente. Chi è che li manda? Indovinate un po’? Ecco, sì, gli antenati.

Comunque, quello era uno spirito di quelli pignoli, che fanno sempre le pulci a tutti. Infatti nemmeno gli altri spiriti lo sopportavano troppo, però era utile e faceva bene il suo lavoro. Sottile e leggero come il fumo, si infilò nell’orecchio del Bisso e iniziò a snocciolare una sfilza di cifre una dietro l’altra: somme, parziali, percentuali, ricavi, perdite, statistiche, medie. Il capo verde all’inizio credette che gli fosse entrato un calabrone nell’orecchio, ma dopo un po’ si accorse che quella era una voce. Una voce che gli antenati saggi gli avevano mandato per consigliarlo.

«Occhio – diceva la voce – a non esagerare con il capo tamtam. Lo sappiamo che è un filibustiere, figurati che vorrebbe persino fare lo spirito ad interim, però caro Bisso, lo sai come sono i conti del tuo clan? Posso usare un francesismo? A puttane. E lo sai chi è che vi ha pagato tutti i debiti che avete fatto per costruire le tettoie di paglia per raccogliere le firme? E poi il capo tamtam lo avete già fregato una volta e vi tiene d’occhio. Se sgarrate, via i soldi. Quindi, qui urla pure e racconta tutte le balle che vuoi, ma alla fine di ogni luna i conti devono quadrare, altrimenti voi iniziate non fare più i sacrifici e le offerte e noi spiriti ci arrabbiamo e sai cosa capita, no?».

La gente continuava ancora ad applaudire quando il Bisso fece un gesto con la mano per zittire tutti. I più vicini si accorsero che aveva una faccia diversa. Sembrava trasfigurato.

“Cosa ho detto a proposito del capo tamtam?”

“Che ce ne freghiamo del piccoletto!” gridò uno in prima fila tutto entusiasta. Il Bisso lo fulminò con lo sguardo: “Possibile che io parlo e voi fraintendete sempre? Parlo forse francese? Volevo dire che, visto da qui, dall’alto del palco sembra piccolo, anche voi sembrate piccoli, no?”. Quello che aveva parlato era il bisnonno di Michael Jordan, un marcantonio di due metri e passa, ma stette zitto.

Anche un altro, a cui parve di ricordare che qualche tempo prima il Bisso aveva insultato il capo tamtam, venne zittito di brutto. A questo punto la tradizione dice che anche gli antenati si sentirono un po’ presi per il culo, ma siccome the tradition must go on andiamo avanti.

“Dico che se vogliamo vincere dobbiamo allearci con lui. Lui comanda tutti i tamtam, tutti i griot. E poi ha alleati di grande valore e onestà, quell’onestà che tutti noi mandinghi abbiamo dentro”.

La folla guardò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri, grande stregone il cui nome significa uomo-che-si-fa-pagare-una-prestazione-due-o-tre-miliardi-di-buoi; lì accanto c’era il capo della società segreta Publiafrica e Taor, nome che significa uomo-che-spara-enormi-cazzate-e-che-porta-il-nome-di-una-nota-città-della-Sicilia.

Tanto mandinghi non sembravano, quanto a onesti, neppure per sbaglio.

Lo spirito contabile ascoltava fregandosi le mani: “Bravo – disse – e adesso invita il piccoletto sul palco, altrimenti ricomincio con le cifre ”. Il Bisso ebbe un sussulto e non lasciò nemmeno che lo spirito finisse la frase: “La secessione la faremo, ma nei modi e nei tempi giusti, non bisogna avere fretta e adesso abbiamo l’onore di avere come ospite della mandinghia il capo tamtam”.

Qualcuno mugugnò un po’, ma si convinse subito che forse non aveva capito bene prima.

“Consentitemi di esprimere il mio piacere di essere tra voi mandinghi – disse il capo – Io sono anche il vostro capo …”

“Ma non è il Bisso?” chiese San Torò, un vecchio griot di sinistra.

“Mi avete frainteso, come sempre voi griot non capite le mie parole. Volevo dire che io e il Bisso siamo amici, lo siamo sempre stati e faremo grandi cose assieme. Innanzitutto fonderemo una nuova tribù che si chiamerà La capanna delle libertà, dove tutti saranno liberi di fare quello che vogliono!”

“Bene - disse uno - così potrò correre più forte nella savana”

“Esatto – rispose il capo – Toglieremo tutti i limiti di velocità”

“Io posso dire che ho meno buoi di quanti ne ho davvero, così gli dei mi chiederanno meno sacrifici?”

“Certo! Depenalizzeremo il reato di falso in armento”

“E se quelli delle altre tribù reclamano tutti le vacche che gli abbiamo rubato?”

“Nessun problema, ci sarà una legge che impedisce di fare ricerche al di fuori della propria tribù”.

L’entusiasmo era alle stelle

“E poi prometto che creerò un milione di posti da colono e un milione da capo villaggio!”. Ovazione.

“E ridurrò anche i sacrifici animali agli spiriti: meno sacrifici per tutti”. Ovazione ancora più grande. Qualche griot di parte sostiene che fu a forza di battere le mani che i palmi degli africani si spellarono e divennero bianchi.

“Io sarò un capo contadino, come tutti voi”

“Bravo” disse uno. Era Poker, un buffo griot dalla pelle lucida. Un grande attore.

“Sarò un capo pastore, come tutti voi”

“Ma non era contadino un attimo fa?” si chiese Biago, anche lui griot, ma non come Poker.

“Taci – gli urlò il capo tamtam – Proprio tu parli, che hai fatto un uso criminoso del tuo tamburo. D’ora in avanti non reciterai mai più a corte!”

Poker sembrava impazzito dalla gioia.

“E sarò un capo magico, perché io sono stato unto dagli dei e faccio magie che nemmeno vi immaginate. Sposto soldi da una tribù all’altra, gli cambio nome, faccio apparire tamtam, li faccio sparire. Racconto balle dico che sono vere, altro che quel rompicoglioni del vostro Bisso!”

“Come sarebbe, rompicoglioni?”

“No, mi avete frainteso. Io non mi riconosco in quello che ho detto. E poi non potete prendere le mie parole ed estrapolarle dal contesto”

Da allora tutti gli antenati si stanno ancora chiedendo in quale contesto “rompicoglioni” ha un significato diverso da “persona che scassa le palle a tutti”. Furono interpellati i più grandi saggi d’Africa, ma nessuno seppe dare una risposta diversa: un rompicoglioni è un rompicoglioni.

Il capo tamtam però era un grande mago, e la sua specialità era trasformare balle in verità. Si abbassò appena. Abbassò è un eufemismo degli antenati, che sono dei signori, ma anche un po’ ruffiani (questo non lo dice la tradizione orale, lo dico io). In realtà era impossibile abbassarsi ancora. Il capo fece un rito magico battendo sul suo tamtam. Di colpo tutti iniziarono ad applaudire: “Hai visto come apprezza il nostro Bisso!”

“Bel successo per lui!”. Anche il Bisso era contento e stava tutto tronfio a godersi l’amicizia del capo tamtam.

“Nella Capanna delle libertà entrerà anche il clan dei neri, e quello dei bianco-gialli e chiunque voglia farsi gli affari suoi senza problemi, sarà gradito. Faremo dell’Africa un grande continente…”

“Ma lo è già”. Era il solito San Torò, il vecchio griot di sinistra.

“Taci, altrimenti fai anche tu la fine di Biago. Dicevo, si sa che l’Africa ha una civiltà superiore all’Europa, è talmente ovvio!”. Talmente ovvio non sembrava e la gente si guardò perplessa. Solo San Torò ebbe ancora l’ardire di ribattere: “Ma come fa a dire questo? Per esempio, loro hanno inventato la ruota e noi no!”

“Perché sono stupidi, caro il mio saputello – disse prontamente il capo – Noi abbiamo un sacco di donne che trasportano la roba in testa, perché mai avremmo dovuto inventare la ruota?”.

Ve l’ho detto che gli antenati sono dei signori. Infatti a questo punto della narrazione c’è uno stacco musicale, messo perché era indecente ripetere i nomi che le migliaia di donne lanciarono contro il capo tamtam. Ma lui fece un’altra magia e trasformò gli insulti in elogi e così la narrazione può riprendere.

“Ora passo la parola al vostro Bisso che deve farvi qualche annuncio”.

“Buona Mandinghia a tutti. Tra poco inizieranno i primi giochi mandinghi a cui potranno partecipare solo quelli grandi e grossi come sono i veri uomini da noi”. Lo spirito contabile si era mezzo assopito, ma a sentire quella frase si svegliò di colpo e toccò la spalla del Bisso dando solo un leggero colpo di tosse.

“Ma possono partecipare anche quelli meno alti, purché paghino la tassa d’iscrizione” aggiunse prontamente il Bisso che era sveglio.

“Ma prima che inizino i giochi voglio dirvi che a luna nuova, ci sarà la grande cerimonia del fiume Niger che dà il nome alla nostra terra”.

Qui anche gli antenati fanno confusione. Sarà l’età, bisogna capirli. Se il fiume si chiama Niger, la terra doveva chiamarsi Nigeria e non Mandinghia. Nemmeno quei maledetti che ci hanno copiato la storia hanno fatto di meglio: il fiume si chiama Po e mica hanno chiamato la terra Poia. Comunque, andiamo avanti.

Iniziarono i giochi mandinghi.

Il clou era la gara di tamburi. Una tradizione antica, diffusa in tutta l’Africa, nella quale però i suonatori della Capanna della libertà erano maestri. In tutti i villaggi, dal Sahel alla foresta, era abitudine che quando c’era da prendere una decisione, i membri del consiglio di villaggio si riunissero, ognuno con il suo tamburo. Dopo che il capo aveva esposto la questione, chiedeva: “Chi è d’accordo batta un colpo sul suo tamburo”. E poi stava ad ascoltare. Poi ridomandava: “Ora batta chi è contrario”. Alla fine gli anziani saggi (che da noi ci sono) valutavano il suono più forte e tiravano le conseguenze.

Accadeva così in quasi tutti i villaggi, ma la tradizione orale narra che nei villaggi della Capanna della libertà era tutta un’altra musica. Infatti lì i suonatori erano talmente abili che riuscivano a suonare due, tre tamburi per volta. Per questo vincevano sempre le votazioni. Dei veri artisti, ricordava mio nonno, rapidi, agili, infallibili, producevano un suono incredibile e anche in quell’occasione diedero prova della loro bravura stracciando gli avversari. I giochi continuarono poi con le prove di forza: bisognava strozzare un elefante a mani nude, farsi camminare sulla pancia da un ippopotamo, abbattere un avvoltoio con un rutto, passare la mano nella bocca di un coccodrillo prima che lui la chiudesse e altre amenità del genere.

 

 

Venne il grande giorno. Erano tutti lì, il Bisso, Borgh e i suoi, al bar del porto di Bamako. Avrebbero dovuto essere alle sorgenti del fiume, ma in Africa si sa, non c’è mai niente di preciso e nessuno sapeva bene dove nascesse il Niger. Facile fare come quei copioni di europei di cui mi hanno parlato, che hanno scelto un fiume che nasce da una montagna. Son buoni tutti a fare così. Trovatela voi una montagna nel Sahel!

Quindi avevano deciso che il fiume, quello simbolico, iniziava di lì, dal bar di Bamako. Dopo aver bevuto un po’ di birre, Borgh lanciò un rutto tale che le acque del Niger si incresparono fino ad allagare Timbuctu. La gente di quella città si chiese cosa era successo. Erano secoli che non vedevano tanta acqua.

“Niente, niente, è colpa dei bianchi. Dopo averci rubato il lavoro, cercano di annegarci” disse un marabutto verde, amico di Borgh, che aveva capito chi era stato a provocare l’onda.

Il Bisso scese sulla riva del fiume, prese una zucca e la riempì d’acqua sporca, la alzò in alto e si rivolse a quei quattro leoni che stavano lì attorno (lo so, voi dite quattro gatti, ma, non per vantarci, qui in Africa abbiamo i leoni, tiè).

“Quest’acqua è la sacra acqua che già bevevano i nostri antenati, gli antenati dei nostri antenati, gli antenati degli antenati dei nostri antenati …(e andò avanti così per un quarto d’ora). Ora noi prenderemo quest’acqua e la porteremo lungo tutto il Niger, fino al mare, per simboleggiare l’unità dei popoli della Mandinghia! Lungo le sponde ci saranno milioni di mandinghi a salutarci e ad adorare questa zucca piena d’acqua”. Poi salì sulla piroga con tutto il suo codazzo e partì lungo le acque limacciose verso ovest.

Ogni volta che incontravano un villaggio il Bisso alzava la zucca dicendo: “Ecco l’acqua del Niger!”.

“Bella scoperta – disse uno dalla riva – come se ce ne fosse altra!”

Un altro gli fece segno di no e tirò fuori una bottiglia di acqua minerale, dicendo che preferiva quella gasata.

La gente guardava stupita e incredula: “Perché porta l’acqua fino al mare. Ci va da sola!” disse un anziano (di quelli saggi, che da noi ci sono).

“Di acqua sporca ce n’è quanta ne vogliamo – disse un altro – Non c’era mica bisogno di portarla da lontano!”

Anche gli animali del fiume guardavano stupiti quella strana piroga verde. Gli ippopotami dissero: “Bo!” e scossero il capo non capendoci nulla, ma si sa gli ippopotami non sono molto vispi. Anche i coccodrilli dissero “Ba!”, ma non scossero il capo perché sono pigri. Solo un grosso serpente disse “Boa!” (questa battuta è pessima, ma mi è stata tramandata dagli antenati e devo dirla così).

Navigarono, navigarono fino a che arrivarono a Timbuctu. Il Bisso nel vedere quell’immensa folla che attendeva sulla riva si alzò tronfio e sollevò la sua zucca.

“Eccolo il vero popolo mandingo, quello che vuole la secessione, che si solleverà contro quei tubab che ci rubano il lavoro! …”. Quando la prima freccia colpì la piroga, il Bisso ci rimase un po’ male, ma continuò a urlare: “Guardateli, è gente dura, che non ha paura, che sa combattere…”. La seconda freccia lo sfiorò e per poco non centrò la zucca. Il Bisso allora si aggiustò gli occhiali e vide che non erano bandierine verdi quelle che la gente stava agitando sulla riva. Erano spadoni tuareg e quelli che le tenevano in mano erano tuareg incazzati perché si era sparsa la voce che quello grosso che stava seduto vicino a lui era proprio quello che aveva causato l’alluvione in città.

Arrivati a Gao si erano già rotti tutti le scatole. Alcuni antenati narrano che a festeggiare la loro discesa del fiume c’era talmente tanta gente che da allora quella regione venne chiamata Sahara, che significa “deserto”. Prima non si chiamava mica così, c’era vita laggiù, basta guardare tutte quelle incisioni rupestri! Ma sono antenati di sinistra a raccontare queste cose, gli altri dicono che è stato un gran successo, soprattutto Poker, il griot dalla pelle lucida.

 

Detto tra noi, quella della discesa del fiume era un vera e propria bischerata, ma come si dice da noi, che per i proverbi siamo famosi, “la mamma degli imbecilli è sempre incinta”. Così, narra la tradizione orale, un clan del nord-est decise di fare un gesto dimostrativo. Era un clan di gente che lavorava ed era felice di farlo. Infatti, dicono gli antenati, si chiamavano il clan dei Contentissimi. Bene, era un po’ di tempo che gli uomini di questo clan tramavano nel buio. Si incontravano di sera e facevano lunghe discussioni su come riuscire a rendersi indipendenti dal resto dell’Africa.

L’idea venne in un giorno di pioggia in cui non si poteva lavorare. I Contentissimi studiarono un piano geniale e si misero subito all’opera per realizzarlo. Prima di tutto presero un cammello e gli montarono una balestra sulla gobba. Poi gli misero degli speroni ai piedi e un rostro sul muso. Il cammello non era felicissimo, ma lo portarono l pozzo e si calmò bevendo un centinaio di litri d’acqua. La gobba adesso era bella piena e la balestra ben salda. I tre Contentissimi scelti per la missione partirono all’alba con il loro cammello corazzato. Arrivati al fiume lo caricarono su un battello. Ora io non so se qui gli antenati esagerano un po’, perché quella di mettere un cammello su un fiume mi sembra troppo idiota, anche per gente come quella, però sapete com’è, la tradizione… quindi andiamo avanti. Sbarcarono di notte vicini alla capitale. Fecero scendere il cammello e quatti quatti si avviarono verso la grande piazza. Quatti quatti per modo di dire, perché li videro un sacco di persone, ma visto che da noi è pieno di spiriti che se ne vanno in giro di notte, nessuno ci fece troppo caso. Solo uno pensò che non potevano esserci spiriti così stupidi da andare in giro con una balestra montata su un cammello, ma poi pensò che forse la birra di sorgo quella sera era più forte del solito.

Arrivati sulla piazza, mollarono lì il cammello e salirono in cima al baobab sacro che si ergeva nel centro. Erano contenti, contentissimi di averlo fatto. “Domani vedranno!”

“Dovranno darci l’indipendenza, altrimenti non scenderemo mai di qui”

“La Mandinghia ai mandinghi!”. Il cammello girava sconsolato per la piazza. Non c’era nemmeno un filo d’erba da brucare, peggio che nel deserto. E poi quella balestra cominciava anche a dargli fastidio, ma era un cammello-armato e sentiva la responsabilità della sua missione. Anche perché lo avevano scelto come simbolo della futura repubblica della Contentissima: un cammello alato con una zampa appoggiata su un libro. Era fiero e trovava che le ali gli donavano perché nascondevano un po’ la gobba.

Mentre quelli sul baobab continuavano a minacciare i bianchi e a dire “Voglio vedere che faccia faranno”, l’alba venne loro incontro. La prima luce bluastra li aiutò a vedere che faccia facevano quei militari bianchi che guardavano in alto.

“Hai visto? Sono sorpresi!”

“Già non se lo aspettavano”

“Qui, sul nostro simbolo, il baobab sacro, con la nostra bandiera”.

Sorpresi erano sorpresi, i tubab, perché non riuscivano a credere che ci fossero ancora degli imbecilli che non sapevano che di notte l’elettricità veniva tolta, ma all’alba il collegamento veniva ripristinato e quel traliccio dell’alta tensione, che era stato costruito al posto del baobab stava per essere raggiunto da una scarica fortissima.

 

Intanto continuavano gli sbarchi dei bianchi sulle coste dell’Africa. Non passava giorno che le navi non scaricassero tubab dalla Francia, dall’Inghilterra, dal Portogallo. Arrivavano senza permesso, su delle navi cariche, sbarcavano e poi non se ne andavano più via. Non passava sera che i tamtam non trasmettessero la notizia che c’era stato un nuovo sbarco. I colpi di tamburo percorrevano la savana e arrivavano in tutti i villaggi. Sapete come sono i suonatori di tamtam, non sono tutti uguali, sono come noi griot, ognuno ha il suo stile e poi la musica da noi è un po’ come la tradizione orale, ognuno la interpreta come vuole. In qualche villaggio i tamtam dicevano (più o meno, perché non è che i tamtam sono precisi precisi): sono sbarcati nuovi bianchi sulle nostre coste. Altri tamtam la buttavano più sullo spettacolare: centinaia di tubab raggiungono l’Africa, sono in cerca di lavoro e di terra, la situazione peggiora di giorno in giorno. I tamtam verdi della Lega mandinga erano i più apocalittici: milioni di bianchi minacciano la Mandinghia. E’ un’invasione, non si riesce più a controllarli. Vengono qui e rubano, si prendono l’oro, i diamanti, l’avorio, tutto.

Qualcuno diceva che bisognava usare le armi, sparargli. Altri che bisognava accoglierli e aiutarli.

“Ma se vengono qui solo per rubarci il lavoro!”

“Ma dai, in fondo fanno lavori che nessuno di noi fa”

“Cioè?”

“E chi lo fa il colono, l’amministratore, il generale?”

Le discussioni erano interminabili e in tutti i consigli di villaggio si dibatteva per decidere cosa fare.

“L’unico modo per fermare gli sbarchi è di aiutarli a casa loro” dicevano nella capanna dell’Acacia, il partito di opposizione.

“Ma come si può aiutarli? Hanno già tutto!”

“Per esempio, ho sentito dire che in Europa non ci sono neri”

“Neri negri? Come noi?”

“Sì”

“E allora?”

“Allora mandiamogli un po’ di belle donne delle nostre. Loro, magari, ne fanno una mostra, le espongono lungo i viali”

“Bella idea”

“Oppure potremmo fare una sorta di adozione a distanza” disse Waltron, gran sacerdote del dio Buon.

“In che senso?”

“Beh, potremmo mandargli materie prime, che di quelle noi ne abbiamo un casino, a basso prezzo. Quasi regalate”

“E’ vero, tutto quell’oro, quell’uranio, diamanti, coltan …”

“E il legname pregiato, caffè, cacao…”

“Dai, grande!”

 

Nella Capanna delle Libertà, invece, Borgh urlava come un ossesso: “A calci nel culo! A calci nel culo!”

Rokk dava sfoggio, come sempre, della sua pacatezza di ragionamento e del suo spirito profondamente religioso: “Potremmo affondare le loro navi e annegarli” diceva, ma con moderazione.

Bisso discuteva con il capo del clan dei neri in un angolo … Certe volte ‘sti antenati mi fanno proprio arrabbiare. Loro e la loro tradizione orale. Ma come si fa a dire che erano in un angolo se le capanne sono rotonde? Va beh, continuiamo, altrimenti non finisco più e, non so voi, ma io vorrei anche tornare a casa stasera.

Bisso e Fon, il capo del clan dei neri, discutevano piano piano. Uno diceva: “Dobbiamo fare una legge”

“Già, bella idea. Come si fa una legge?”

“Si prende uno di questi scalzacani che mangiano miglio a tradimento qui nella Capanna delle Libertà e gliela si fa scrivere. Poi diciamo che l’abbiamo fatta noi due”

“Scrivere, ma se non abbiamo la scrittura!”

“Ah, già, noi abbiamo la tradizione orale”

Di lì a un’ora si alzarono in piedi in mezzo alla capanna e dissero: “Abbiamo trovato!”

Di colpo si zittirono tutti, tranne Borgh che continuava a urlare: “A calci nel culo! A calci nel culo!” ma nessuno lo ascoltava più.

“Allora, abbiamo fatto una legge orale, la legge Bisso-Fon”

“Madonna!” dissero tutti. Come potevano dire “Madonna” se erano animisti? Mah, misteri della tradizione orale.

“Abbiamo trovato il modo di risolvere il problema. Lo abbiamo fatto rifacendoci alla nostra tradizione. Abbiamo riflettuto a lungo, in fondo anche noi siamo stati emigranti un tempo…”

Tutti guardarono i due strabuzzando gli occhi. “Saranno impazziti?” pensavano.

“Quanti di noi sono andati in America? Milioni, in Brasile, nei Caraibi, ma noi siamo brava gente, mandinghi, mica fannulloni! Noi siamo andati in America per lavorare! Lavorare!”

Applausi.

“Nessun africano poteva andare in America a fare niente. Come arrivavi, via, nelle piantagioni di cotone. Quindi, se i bianchi vogliono venire qui, devono avere un permesso di lavoro”

“E chi glielo dà?”

“Chi glielo dà, chi glielo dà, sempre a creare problemi, a remare contro!”

“E come facciamo a controllarli?”

“Gli taglieremo l’indice della mano destra e li conserveremo in una capanna. Se becchiamo un bianco che dice di essere un altro, il dito non combacerà con il moncherino”

“Geniale!”

“Così la finiremo con quelli che lavorano in bianco e non pagano le tasse!”

Ora ditemi voi se non ho ragione ad arrabbiarmi con quegli impostori della Padania! Ora loro fanno i raffinati, prendono le impronte, loro. Fanno i democratici! Ma se l’idea non veniva a noi, volevo vederli, i furbi! Comunque, andiamo avanti.

“Scusate – disse un anziano – ma nel mio villaggio c’è un missionario. E’ bianco, però fa un sacco di cose utili, ha messo su una scuola, un ospedale…”

“Bene, faremo delle eccezioni – disse il Bisso – Ai preti non taglieremo il dito”

“Nel mio villaggio c’è una bianca che fa la maestra, le devo tagliare il dito?”

“No, le bianche che accudiscono i bambini, sono esentate”

“E quei bianchi che giocano nelle nostre squadre di calcio?”

“Nemmeno a quelli”

“Poi ci sono quegli industriali che vengono qui a investire, lo taglieremo anche a loro?”

“No, no a quelli no”

A un certo punto San Torò chiese: “Ma ai bianchi lo avete detto?”

Si alzò il capo tamtam, che fino a quel momento era stato zitto, e disse con voce squillante: “Ecco il solito comunista, che rema contro, che è solo capace a distruggere, non conosce la democrazia. Io ho fatto un contratto con i mandinghi su cui c’è scritto che li butteremo fuori, e lo firmerò”

“Ma se non abbiamo la scrittura, come ha fatto a firmare?”

“Ecco, distorce le mie parole, come sempre. Se ne vada. Lasciateci lavorare!”.

 

Ai Contentissimi era andata male, ma il loro sacrificio non era stato vano. Un'altra società segreta, che faceva parte del clan di Borgh, aveva deciso di vendicare quello smacco.

“Cos’è che dà fastidio a quei tubab?”

“A me sembra che siamo solo noi neri a dargli fastidio”

“Ma ci sarà pur qualcosa che odiano. Non hanno tabù?”

“Non mi sembra”

“Possibile? Siamo solo noi gli unici pirla ad averli?”

“Però, ascoltate, loro ci considerano come animali, vero?”

“Già, si guardassero loro!”

“E poi odiano lo sporco”

“Ma se inquinano più loro di una mandria di gnu con la diarrea!”

“Fratello, hai centrato il problema”

“Ma va!”

“Sentite qui…”

Dopo essersi dati delle gran pacche sulle spalle, uscirono e andarono al mercato del bestiame. Contrattarono una dozzina di cammelli e li portarono ad abbeverarsi a una pozza vicino alla Capanna delle Libertà.

“Conosco delle radici che sono dei lassativi potentissimi” disse uno.

“Fai ascoltare ai cammelli uno dei discorsi di Borgh, fa lo stesso effetto”. Fecero così.

Verso sera i cammelli avevano ormai le gobbe piene. Allora li legarono in fila e silenziosamente si diressero verso il capoluogo.

“Lo sai tu dov’è che costruiranno la loro chiesa?”

“Sì che lo so, hanno già cintato il terreno. Vicino faranno anche la Prefettura coloniale”

“Vedrai domani quando se lo ritroveranno tutto coperto di sterco di cammello!”

“Già, vedrai che faccia faranno!”.

Il giorno dopo l’amministratore capo, attirato dalla puzza, si recò sul luogo con il capitano dell’esercito. Guardarono quella distesa di sterco fumante sotto il sole. Non riuscivano a credere ai loro occhi. Poi l’amministratore si voltò verso il suo luogotenente e disse: “Convochi la popolazione”

Tra la folla c’erano anche gli autori dell’azione, gli stercoristi. Qualcuno iniziava ad avere paura della reazione. Altri invece se la ghignavano orgogliosi del loro gesto: “Hai visto, li abbiamo colpiti nel segno!”

“Già, ora sentiamo cosa dirà”

L’amministratore salì sul palco con aria ancora stupita per quanto avvenuto. Accanto a lui c’erano gli ufficiali con tutte le medaglie.

“Cari fratelli neri, non ho parole…”

“Visto, non sa nemmeno più cosa dire”

“Non ho parole per esprimere la mia sorpresa”

“Non se lo aspettava, ma cosa credeva, che noi stessimo sempre qui ad abbassare la testa?”

“Vi avevamo sottovalutati, lo ammetto” continuò l’amministratore.

“Cosa ti dicevo? Non se lo aspettavano”

“Avevamo pensato che ci volesse molto tempo per civilizzarvi, invece, non so come, ci avete preceduti…”

“Come sarebbe?”

Avevamo predisposto corsi di formazione per gli agricoltori, per insegnare le tecniche più moderne, ma voi siete stati più bravi di noi…”

Gli stercoristi si guardarono in faccia perplessi: “Come, è contento?”

“All’inizio avevamo pensato di destinare questi terreni alla costruzione di una chiesa e della Prefettura. Poi abbiamo deciso che era più importante sviluppare l’agricoltura e su questi terreni sorgerà una fattoria modello. Non so come voi abbiate fatto a capire che la prima lezione del corso era proprio sulla concimazione. Comunque vi ringrazio per avere dimostrato di essere all’altezza e ora, passiamo alla seconda lezione. Le zappe sono là, avanti, tutti al lavoro. Inizia una nuova fase del colonialismo: l’agricoltura intensiva”.

Ho già detto che gli antenati sono dei signori. Perciò a questo punto la tradizione orale impone una strana pratica. Non essendo degno dei nostri padri fondatori ripetere i nomi che la gente rivolse al gruppetto che aveva sparso sterco di cammello (e in una tradizione orale i puntini di sospensione non si vedono), proposero di sostituirli con tre colpi di tamburo. Quindi se adesso ne avrò per un’ora a battere qui sopra, non arrabbiatevi: il dovere mi impone di rispettare la tradizione fino in fondo.

 

Visti i continui fallimenti per prendere il potere, che rimaneva saldamente in mano ai bianchi, il capo fece radunare tutti i suoi tamtam e diede ordine di trasmettere giorno e notte messaggi come: villaggi più sicuri, meno tasse per tutti, una scelta di campo.

 

Sapete come sono i tamtam, begli strumenti, per trasmettere trasmettono, ma non è che siano poi così precisi. Qualche suono scappa di tanto in tanto. Così in alcuni villaggi la gente iniziò a preoccuparsi: “Ma perché vuole i villaggi più scuri? Non siamo già abbastanza neri noi? E poi se non c’è la luna non si vede un tubo”.

Sulle rive del Niger i pescatori credettero di aver capito male, ma al secondo giro di tamburo iniziarono ad incazzarsi davvero: “Come sarebbe a dire meno nasse per tutti. Ci peschi lui con la canna!”.

“Già, e poi c’è l’altro, quello nero, che vuole persino abolire le canne!”

“Quando vai dal capo della terra a chiedere un campo ti dice: coltiva lì, oppure laggiù o vicino al fiume. In genere ci dà due o tre scelte, mica una sola!”.

Insomma, non fu una gran trovata, anche perché i conti andavano sempre peggio. Tremassi (cosa volete, qui nel Sahel monti non ce ne sono) il mago dell’economia aveva detto che con i suoi poteri avrebbe moltiplicato i cauri e tutti sarebbero stati più ricchi. Dopo qualche mese annunciò che in realtà i cauri non erano proprio moltiplicati, però, se si teneva conto che i chiaroveggenti avevano predetto che ci sarebbe stato un gran colpo di fortuna (in realtà la tradizione orale dice “culo” ma io sono un griot morigerato e mi vergogno un po’ a dire certe parole) e che quindi era come se tutti fossero più ricchi.

I saheliani si guardarono in faccia e si chiesero se quello era davvero un mago oppure un ciarlatano. Quando Tremassi annunciò con grande enfasi che uno spirito gli era apparso in sogno dicendo che a giorni tutti gli abitanti di mandinghia sarebbero diventati ricchissimi e quindi fin d’ora avrebbero dovuto pagare più tasse, capirono che la seconda risposta era quella giusta e iniziarono a mandarlo a quel villaggio (da noi non c’erano paesi, così dice la tradizione).

Visto che buttava male, Tremassi iniziò a dire che non era colpa sua se non c’erano più cauri nelle sacche della Mandinghia, era colpa dei capi tribù precedenti e che ora si ritrovava costretto a mettere un ticket sui guaritori tradizionali e stregoni.

La prima freccia lo sfiorò, la seconda centrò l’araldo della Capanna delle Libertà, Schifio (nome onomatopeico, credo. Gli antenati non specificano) e prima della terza Tremassi era già sparito nella Capanna.

La sera tutti i tamtam batterono il messaggio che l’economia andava bene, anzi benissimo (mi sono sempre chiesto come si fa a fare i superlativi con il tamburo. Dovevano essere bravissimi i nostri antenati).

 

Ora faccio uno strappo alla regola e vi racconto un brano che non fa parte della tradizione ufficiale. Esistevano infatti griot non allineati che andavano in giro, finché potevano a raccontare altre versioni dei fatti. Mi permetto di inserire un loro pezzo per quella roba che voi chiamate par condicio e che nessuno sa bene cosa vuol dire.

Il capo tamtam aveva deciso di assumere il comando di tutto il continente e per questo aveva fondato una società chiamata Forza Africa. Il problema di queste società è che costano un sacco di soldi, anzi di buoi. Infatti per avere qualche facilitazione qui e là, per ingraziarsi gli dei, bisogna pur pagare gli stregoni e questi, via via che il tempo passava si facevano più esigenti. “Vuole avere sempre più favori? Che paghi di più” dicevano. Mio cugino, quello che è stato in Europa, mi ha detto che anche da voi c’è una roba del genere: legge di mercato mi sembra che si chiami. Comunque andiamo avanti. Il capo iniziava a scocciarsi per questo continuo prelievo di buoi. Ogni volta che c’era una cerimonia gli chiedevano di sacrificare una mezza dozzina di buoi.

“Sei il più ricco, no? – gli dicevano – e allora sacrifichi più degli altri”

“Ma il capo non dovrebbe essere esentato?”

“Anzi, è o non è un privilegio fare il capo? Sì, e allora paga. Un buon capo deve dimostrarsi generoso”.

Al capo questi stregoni iniziavano a stare un po’ sulle balle. Ce n’erano alcuni che gli erano simpatici, quelli che facevano quei trucchi di far sembrare che c’erano pochi buoi dove ce n’erano tanti e tanti dove ce n’erano pochi. Quelli da cui era stato iniziato Tremassi. Quelli li pagava anche volentieri, ma gli altri...

Pensa pensa, un giorno ebbe un’idea. Chiamò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri e gli disse: “Prendi tutti i buoi e portali via”

“Dove?”

“In Nigeria, lì sono amici”

“Tutti, tutti?”

“Tutti quelli neri. Voglio aprire un ranch laggiù

“Bella idea, tutti buoi in nero!” esultò l’uomo del totem-che-non-fa-prigionieri.

“Sì, visto che siamo in Nigeria e che i buoi li porti tutti, lo chiameremo All Nigerian”

“Bene, così quegli stregoni la pianteranno di chiederci di pagare per i sacrifici per tutta la comunità”.

Quando alla nuova luna gli stregoni andarono dal capo tamtam a chiedere buoi per i sacrifici, questo allargò le braccia dicendo: Mi spiace, non ce ne sono più”

“E dove sono finiti?”

“Una malattia li ha uccisi tutti”

“Tutti e questo per colpa vostra!”

“Come sarebbe a dire?”

“Chi è che dovrebbe proteggere dalle malattie? Eh? Voi, e invece guardate, non c’è più un bue vivo” disse mostrando il recinto vuoto. Gli stregoni restarono un po’ perplessi. Erano primitivi, ma non tonti: “Questo ci sta pigliando per il....(tre colpi di tam tam)”.

Il capo chiamò i suonatori e ordinò loro di iniziare mandare messaggi che criticavano gli stregoni: sono degli incapaci, ce l’hanno con me perché non pago i sacrifici, hanno dei pregiudizi, bisogna sostituirli e così via.

“Resistere, resistere, resistere” ripeteva il capo degli stregoni i suoi, ma i tam tam continuavano a ripetere che bisognava sostituirli.

“E chi li sostituisce?” chiesero dai villaggi, sempre via tam tam.

“IOOOOOO!” fu il segnale unico, inequivocabile che attraversò la savana e raggiunse ogni capanna del Sahel.

Fu così che il capo tam tam divenne stregone ad interim.

 

La tradizione orale è il contrario della vostra televisione: ogni tanto impone di riflettere sulle cose. Bisogna fermarsi, bere qualcosa, pensare e discutere, discutere e pensare per farsi delle idee proprie. Ecco, a questo proposito, vi racconto un apologo peul. Sapete i peul sono pastori di vacche e di buoi se ne intendono. Per adesso non è ancora nella tradizione orale, ma dategli tempo, un giorno lo diventerà.

Si chiama: Se hai 2 vacche...


Un uomo, un anziano pastore peul, sedeva ormai stanco nella sua capanna in attesa della morte. Un giorno vennero a trovarlo tutti i suoi figli e i suoi nipoti: “Papà, zio – gli dissero – sappiamo che tu hai camminato tanto, hai molte lune e hai visto più cose tu di chiunque altro al mondo. Dicci in quale parte del mondo gli uomini sono migliori?».

Il vecchio peul si rizzò con fatica a sedere e accese la sua pipa. Era vero, lui aveva camminato più di chiunque altro, aveva percorso a piedi, con le sue vacche, quasi tutto il mondo e aveva conosciuto capi, stregoni, re di mille e più tribù.

“Figli miei cosa posso dirvi? Sono stato in tribù dove c’era un governo che si chiamava
socialismo. Lì, se hai 2 vacche, il tuo vicino ti aiuta ad occupartene e tu dividi il latte con lui”. I giovani annuirono.

“Poi ho visto villaggi dove c’era il comunismo: se avevi 2 vacche, il capo villaggio te le prendeva e ti forniva il latte secondo i tuoi bisogni”.

“Abbiamo sentito parlare anche di fascismo, esiste?”

“Esiste, esiste, tu hai sempre 2 vacche. Il governo te le prende e ti vende il latte. Ma c’è di peggio, un suo parente stretto che si chiama nazismo. Metti che tu hai le solite 2 vacche. Il governo prende la vacca bianca e uccide quella nera”.

“Oooh!” dissero i giovano costernati.

“Ci sono anche capi più feroci, che se te hai, mettiamo caso 2 vacche, la polizia te le confisca e ti fucila. Li chiamano dittatori”.

“Ma non ci sono tribù senza capi?” chiese uno.

“Sì, le tribù anarch. Da loro se hai 2 vacche. Lasci che si organizzino in autogestione”.

“Ma funziona?”

“E’ difficile, figli miei, bisogna che tutti siano onesti”

“E poi? Dicci ancora”

“Poi ci sono le tribù occidentali, che hanno un sistema che chiamano democrazia. Tu hai 2 vacche, scusate se mi ripeto, ma io so solo parlare in termini di bovini. Bene, hai le tue 2 vacche e si vota per decidere a chi spetta il latte. Poi c’è una versione più evoluta, si chiama democrazia rappresentativa: sempre 2 vacche, ma lì si vota per decidere chi eleggerà la persona che deciderà a chi spetta il latte”.

“Un po’ complesso, no?”

Il vecchio allargò le braccia e disse: “Cose da tubab”.

I giovani rimanevano in silenzio. Pensavano alla varietà del genere umano. Quanti sistemi avevano inventato gli uomini per crearsi dei capi che li comandavano. I loro pensieri vennero interrotti dalla voce stridula dell’anziano: “Mica è tutto qui! I bianchi ne hanno inventate di peggiori. Prendiamo il capitalismo. Tu hai 2 vacche, ne vendi una per comperare un toro ed avere dei vitelli con cui iniziare un allevamento”.

“Wow, questo sì che rende!” esclamò il giovane Yuppé.

“Ce n’è uno che fa guadagnare ancora di più – aggiunse il vecchio – si chiama
capitalismo selvaggio. Prendiamo le 2 vacche: fai macellare la prima e obblighi la seconda a produrre tanto latte come 4 vacche. Alla fine licenzi l'uomo che se ne occupava accusandolo di aver lasciato morire la vacca di sfinimento”.

“Ma quanto sono crudeli ‘sti bianchi!”

“Hanno ragione i mandinghi a volerli buttare fuori!”

“Attenti ragazzi, voi siete giovani e avete poca esperienza. Occhio a chi vi promette troppe cose. Prendiamo il nostro capo tamtam, dice di volere il nostro bene, ma lui cosa fa con le sue 2 vacche?”

“Cosa fa? Le vende?”

“Le macella?”

“Se le mangia?”

“Le dà al popolo?”

“Beata innocenza. Lui ha 2 vacche (ne ha molte di più, ma prendiamo le solite due, questo aneddoto diventerà tradizione orale e quindi deve essere semplice, che tutti possano capirlo). Ne vende 3 alla sua società quotata in borsa utilizzando lettere di credito aperte da suo fratello sulla sua banca. Poi fa uno scambio delle lettere di credito con una partecipazione in una società soggetta ad offerta pubblica e nell'operazione guadagna 4 vacche, beneficiando anche di un abbattimento fiscale per il possesso di 5 vacche. I diritti sulla produzione del latte di 6 vacche vengono trasferiti da un intermediario panamense sul conto di una società con sede alle Isole Caiman posseduta clandestinamente da un azionista che rivende alla sua società i diritti sulla produzione del latte di 7 vacche. Nei libri contabili di questa società figurano 8 ruminanti, con l'opzione d'acquisto per un ulteriore animale. Nel frattempo lui ha abbattuto le 2 vacche perché sporcano e puzzano. Quando stanno per beccarlo, magia! Diventa Capo stregone.

Figli miei, io di strada ne ho fatta tanta, davvero, ma sono un povero vecchio e non un griot. Un giorno, so che ci sarà uno, lontano di qui, un griot di una città sul mare, che scriverà una canzone pensando a me. Me lo hanno detto i veggenti. Quel griot canterà più o meno così: “certo bisogna farne di strada, per diventare così coglioni, da non riuscire più a capire, che non ci sono poteri buoni”. Avrà ragione. Ho finito”.

 

 

In quel tempo, racconta la tradizione, ogni anno si teneva una riunione chiamata N8. Si chiamava così, perché a radunarsi erano gli otto più neri dell’Africa. Era una sorta di società segreta, o almeno lo era diventata, dicono gli antenati. All’inizio, infatti i neri nerissimi si riunivano in pubblico, facevano gran banchetti a base di antilopi e facoceri e decidevano come spartirsi le terre da coltivare, i territori di caccia, i fiumi, i laghi, i monti, tutto insomma. Poi, una volta successe che qualcuno iniziò a mettere in dubbio che loro potessero decidere tutto quello solo perché erano i più neri. Altri cominciarono anche a insinuare che forse non erano neppure gli otto più neri e che comunque, anche quelli più chiari avevano diritto a un po’ di terra. Il giorno che il raduno venne fatto nel villaggio del capo tamtam, successe un putiferio che nemmeno i griot più arditi sanno raccontare. La gente protestò contro gli otto nerissimi e questi chiesero aiuto ai bianchi (già, proprio così, questo però me lo ha detto San Torò, prima di essere gettato in pasto ai leoni dal capo tamtam). I bianchi inviarono i loro corpi speciali, i noti blanc-blocs, che pestarono come fabbri tutti i meno neri che incontravano. Siccome però non sapevano bene distinguere le varie sfumature di nero (e poi voi tubab dite di essere tanto bravi, eh?) riempirono di botte anche qualcuno più nero, ma ben gli sta (questo lo dico io, non la tradizione orale).

Bene, dopo quel giorno gli otto neri decisero di diventare una società segreta. Sapete che in Africa ci sono le società segrete (lo so che non lo sapete, la domanda era retorica, sull’Africa avete solo luoghi comuni). L’idea venne al capo tamtam, lui aveva già fatto parte di una nota società segreta. Quella era però costituita da soli due neri pelatissimi. Da qui il nome P2. Così gli otto neri iniziarono a riunirsi in luoghi sempre più sperduti, in mezzo alla foresta, sulle montagne, tra le dune del Sahara. Nessuno sapeva bene cosa si dicessero, ma tutti sapevano che non ne usciva niente di buono.

 

Quello (quale? Boh, gli antenati non sono mai troppo precisi) era l’anno dei Mondiali di calcio. La Mandinghia si presentava per la prima volta, ma il capo tamtam aveva avvertito tutti i calciatori prima della loro partenza: «Se finisce come 36 anni fa, vi torturo tutti, vi faccio deportare come schiavi, capito?».

Ora, a me tocca raccontarla così, perché è la tradizione orale. Però mi sono sempre chiesto: se la Mandinghia se l’erano appena inventata, come facevano ad aver perso 36 anni prima? Mah, se gli antenati la raccontano così, cosa posso farci io?

Comunque, il capo minacciava i giocatori urlando: “L’altra volta è stata una squadra da due cauri a eliminarci. Una squadra di piccoletti stranieri contro dei mandinghi grandi e grossi che io pago miliardi di cauri. Capita l’antifona?” (chissà cos’è un’antifona si chiedevano i calciatori, ma si prendevano ben guardia dal chiederlo).

Vorrei potervi raccontare come sono andati quei mondiali, ma purtroppo i griot di regime non ci hanno tramandato quasi nessuna notizia. Solo che è stata tutta colpa dell’arbitro e di un complotto organizzato dai tubab. E’ sempre così con la tradizione orale, ti raccontano solo quello che vogliono loro. Però, le voci corrono e si dice che fummo eliminati anche perché il nostro stregone non era un granché. Mentre gli altri si davano da fare con feticci, amuleti e sacrifici di buoi, il nostro più che versare un po’ d’acqua sul prato non faceva. Dico io (nel senso che questo nella tradizione orale non c’è) già qui nel Sahel di acqua ce n’è poca. Quella poca che c’è in più è anche inquinata, quindi fate voi.

Vabbè, però successe che nel popolo di Mandinghia iniziò a insinuarsi il dubbio che il capo tamtam portasse sfiga. Due mondiali, due sconfitte. Il capo tamtam, fece subito fare un sondaggio, anche perché le elezioni sarebbero state proprio l’anno dei prossimi mondiali.

“Va mica bene, caro Bisso. Qui la vedo nera, anzi, scusa bianca, per le prossime elezioni”

“Non preoccuparti, ghe pensi mi” rispose con voce roca il Bisso. Non so bene cosa voglia dire ghe pensi mi, credo si trattasse di una lingua esoterica degli antenati, ma la tradizione orale è così e io non posso farci niente.

Il Bisso andò da Borgh e gli spiegò come andavano le cose: “Abbiamo perso i mondiali perché abbiamo una squadra che non vale la scoreggia di una vecchia. A ’sti calciatori gli diamo fin troppe gazzelle e sono viziati come il culo di un’antilope…”.

Scusatemi, non è la tradizione orale che mi impone di dire parolacce, era il Bisso che parlava sempre così, per metafore, dicono gli antenati.

Borgh non era molto sveglio, ma tra un abbiocco e l’altro un po’ di lucidità finiva per sfiorarlo. “Scusa Bisso, ma a noi che ci frega? Perché dovremmo difendere la nazionale? Sono tutti i mondiali che mando in giro i nostri griot a dire qua e là che la nostra squadra è l’Atletico manding, che non ce ne frega niente degli altri, che noi vogliamo la devolution e, anzi, se perde la nazionale siamo contenti e adesso mi dici che devo andare al consiglio degli anziani a difenderla?”

“Caro Borgh – disse il Bisso con pazienza – Hai ragione, ma dimentichi che l’allenatore è uno dei nostri. Uno dei più anziani stregoni della Mandinghia”

“Sarà, però con quell’acqua magica non ha combinato un bel cavolo di niente. Se avesse almeno preso acqua del Niger, chissà, forse…”

“Già, mi hanno detto che gliel’aveva data sua sorella maga. Io l’ho sempre detto: mai fidarsi delle donne. Comunque, il capo tamtam vuole che facciamo qualcosa. Vedi tu, domani c’è consiglio”.

Borgh non tradì le aspettative. Si alzò nel bel mezzo del consiglio, enorme nella sua tunica verde, e iniziò a urlare (faceva sempre così, dicono gli antenati): “Avete visto che roba? E per colpa di chi abbiamo perso? Per colpa nostra forse?”. Gli anziani, che qui da noi sono saggi, lo ripeto, e non rincoglioniti come da voi, pensarono di sì, la squadra africana aveva fatto pietà alle pietre, ma Borgh li risvegliò dal loro torpido buon senso con uno dei suoi urli: “Noooooo! Abbiamo perso perché nel nostro campionato facciamo giocare troppi stranieri non mandinghi. Perché quella è gente che pensa solo ai soldi e non sono dei nostri e noi allora li prenderemo a calci in culo, capito! A calci in culo! Fuori. Il campionato ce lo faremo da noi e basta!”.

Si alzò a quel punto Biskoré, un griot dai capelli rossi che faceva raduni tutti i lunedì sera (io a dire la verità di neri con i capelli rossi non ne ho mai visti, ma forse era un albino o forse è una di quelle tante balle che raccontano gli antenati per rendere più divertente il racconto) e si mise a dire: “E’ vero, un applauso per il nostro ospite eccezionale Borgh, ha ragione lui, e quindi, indissolubilmente, ma con forza ribadiamo”. Iniziarono tutti a litigare per una mezz’oretta, poi decisero che di lì in avanti nessun giocatore straniero avrebbe mai più giocato in una squadra della Mandinghia, tranne alcune eccezioni, come quelli che giocavano nel Milango, la squadra del capo tamtam, il quale aveva mandato apposta un suo delegato calvo a seguire quel consiglio. Poi tutti si alzarono in piedi e cantarono l’inno. (Se le cose sono andate così, comincio a ricredermi su quanto vi ho detto prima a proposito dei nostri anziani saggi).

 

Vi ricordate tutti quei buoi neri portati in Nigeria? Bene, gli stregoni continuavano a lamentarsi che il capo tamtam non dava più i buoi che servivano per i sacrifici. Lui diceva che non li aveva più, che non erano suoi, che non ne sapeva nulla, che erano di suo fratello.

Il fratello del capo tamtam si chiamava Capro e aveva studiato dai migliori capri dell’Africa per riuscire a prendersi tutte le colpe del mondo, cioè tutte le colpe di suo fratello. In un primo momento gli stregoni iniziarono a mandargli una caterva di maledizioni che nemmeno Schnellinger nel ‘70 a città del Messico ne aveva mai ricevute tante.

Ci misero poco però a capire che quello era solo uno sfigato (scusate, devo fare una precisazione che gli antenati non si sono preoccupati di fare. Sono anziani, poverini, non sono precisi: la esse in quel caso non era privativa, anzi, il fratello prendeva colpe a tutto andare, ma si fidanzava con donne bellissime) e iniziarono a dire che il capo tamtam non poteva essere capo e stregone allo stesso tempo.

“Come no?”

“Non si può”

“Io sono stato unto dagli spiriti”

“Allora lavati, che fai anche un po’ schifo” disse un anziano stregone.

Il problema era grosso: il capo tamtam era proprietario di moltissimi buoi, anche se diceva che non era vero e che erano di un suo carissimo amico, tanto caro che lo chiamava Fedele. Avendo tanti buoi doveva sacrificarne in proporzione, ma essendo anche stregone (ad interim, ma pur sempre stregone) avrebbe dovuto ricevere lui stesso i buoi che versava, oltre a ricevere quegli degli altri.

“C’è un conflitto di interessi!” si pronunciò all’unanimità il consiglio degli stregoni.

Il capo tamtam riunì tutti i suoi nella Capanna delle Libertà e in quattro e quattr’otto fece comporre da Poker, il suo griot di fiducia un’ode che recitava:

 

“Caro consiglio stattene zitto

Il capo non deve pagare più buoi

non c’è infatti nessun conflitto

perché gli interessi son tutti suoi”

 

Il capo impose che questo canto, ripetuto fino all’esaurimento dai griot di Tamtam4 e Tamburo aperto, entrasse a far parte della tradizione orale. Visto che però gli antenati non sono mica antenati per niente e sanno quel che va detto e quel che no, si rifiutarono di inserirlo. Il capo tamtam andò su tutte le furie, accusò gli antenati di essere comunisti (quei poveri antenati sono ancora lì che si chiedono cosa vuol dire!) e radunò di nuovo tutti i suoi nella Capanna delle Libertà. Discussero a lungo, quanto la pisciata di una gazzella, poi emanarono un editto che diceva così: “Se un abitante di Mandinghia (uno, non tutti, nella fattispecie il capo tamtam e al massimo un suo amico avvocato) vede che le cose gli girano male e che sta per essere beccato, sospetta che gli antenati ce l’abbiano con lui per qualche ignobile pregiudizio, può cercare di infinocchiare ogni norma può fare richiesta di cambiare i propri antenati con altri più idonei”.

“Come sarebbe più idonei? - dissero gli antenati – ognuno ha gli antenati che ha!”

“No – disse il capo tamtam – ognuno ha gli antenati che ha, se non riesce a comprarsene di migliori!”.

“Resistere, resistere, resistere!” disse il più anziano degli antenati.

 

Intanto i bianchi continuavano ad arrivare. “Clandestini! Sono tutti clandestini! – urlava Borgh – Bisogna gettarli in mare a calci nel culo!”.

“Clandestini?” gli chiese uno.

“Sì, sono senza le cicatrici etniche!”. Devo spiegarvelo, perché voi bianchi altrimenti non capite. In Africa ogni etnia si distingue per delle cicatrici che i suoi membri portano sul viso.

“E’ vero, non si capisce di che tribù sono. Sono tutti uguali. Selvaggi!”

“Selvaggi, però ci stanno fregando” disse un anziano indovino.

“Lo dici tu, noi mica ci facciamo mettere sotto da loro, vedrai”

“Io dico che sono più forti e che finisce male”

“Sei solito menagramo. Scommettiamo che li buttiamo tutti fuori?”

L’indovino gettò sulla sabbia le sue conchigliette bianche. Stette un po’ lì a studiare i segni poi alzò gli occhi: “I segni mi danno ragione”

“Ragione cosa?”

“Vedo un congresso, in una città tedesca. I bianchi decidono di prendersi tutta l’Africa e di spartirsela tra di loro”

“Figuriamoci, grande com’è!”

“Indovino, ma chi vuoi che creda a una balla del genere!”

 

Non crediate che solo perché gli antenati ce l’avevano con i bianchi andassero tutti d’accordo tra di loro. Per carità! Non c’era un momento che si potesse stare in pace. In quel periodo c’era il gran capo Savana, leader della più potente tribù del mondo che ce l’aveva a morte con un altro capo tribù. Uno con i baffi, che viveva su un grande lago pieno di liquido nero. Un liquido strano, un po’ puzzolente, che se gli davi fuoco bruciava. Sembrava una porcheria, invece il gran capo Savana lo voleva a tutti i costi e per questo odiava a morte il capo con i baffi. A dire il vero, narra la tradizione, che, bontà sua non si fa condizionare dai politici come invece succede ai vostri griot, i due in passato erano stati amiconi per la pelle. La pelle degli altri, voglio dire. Infatti si erano divertiti assieme a dare gran batoste a una tribù vicina a quella del capo con i baffi. Era una tribù molto religiosa, anche un po’ bigotta, ma che si faceva abbastanza gli affari suoi. Il capo era uno con la barba lunga che aveva fatto subito arrabbiare Savana perché aveva sbattuto fuori un suo caro amico. L’imperatore si faceva chiamare: bella vita, donne, lusso, un sacco di soldi, armi e la gente a tirar la cinghia. Il gran capo Savana la prese molto male quando seppe che quel suo amico era stato cacciato e, siccome, dicono gli antenati, è uno a cui non piace stare solo, si cercò subito un altro amico della stessa forza di quello prima. Si sa, quando uno frequenta certi ambienti, trova quel che trova. Infatti trovò quello con i baffi. «Senti qua – gli disse – io armi te ne do quante vuoi, ti va di pestare un po’ i tuoi vicini».

«Quei bigottoni là? Dai! Bello!»

«Domani ti arrivano archi, scudi e lance»

«Senti – disse il capo con i baffi – se mi avanza qualche freccia, posso tirarla a quella tribù del nord»

«Quale?»

«Noi li chiamiamo crudi, per ridere, perché li mangiamo al sangue, ma in realtà si chiamano curdi»

«Ma dai! E sono buoni?»

«Da mangiare così così, come persone sono cattive».

«Se ti va andiamo a cacciarli assieme»

«Bene! Se vuoi invitiamo anche uno della tribù dello Stivale»

«Chi sarebbe?»

«Il capo con i baffetti»

«Come i tuoi?»

«No, più piccoli, è un duro, gli dicono sempre di dire qualcosa di sinistra, ma lui niente, neanche morto»

«Ma sarà mica un comunista!»

«Ma figurati! E’ un grande cacciatore di curdi. Una volta gli hanno portato il loro capo e lui, zac, in pochi giorni lo ha subito cacciato!»

Mi chiedo sempre come facessero a sapere cos’era il comunismo gli antenati. Credo che i loro poteri magici fossero davvero grandi.

Così i due divennero sempre più amici e si divertivano a far guerre di qua e di là.

Poi, si sa, anche le grandi amicizie finiscono. Il gran capo Savana era invidioso di quel lago nero e l’altro non voleva mollarlo. Allora Savana schierò tutti i tamburi e chiamò a raduno il Gran Consiglio delle Tribù Unite. Tutti i capi erano seduti sotto un grande albero. Il gran capo savana si alzò in piedi e cominciò a urlare che il capo con i baffi era un pericolo per tutti, che stava minacciando la sicurezza delle tribù, della sua tribù. Che aveva frecce potentissime…

«Ma non erano amici?» chiese uno un po’ perplesso.

«Sai come è fatto Savana, è un po’ così. Ti ricordi? Anche con quell’altro, quello con la barba?»

«Sì, quello che ha abbattuto i baobab gemelli»

«Anche con lui erano amici, gli dava le armi, lo addestrava, poi, di colpo, hanno rotto»

I capi tribù ascoltarono in silenzio il gran capo Savana che andava ripetendo che bisognava attaccare subito la tribù di quello con i baffi. Non aveva ancora finito di dire “attacc…” che già il capo Tamtam era saltato in piedi a dire: «Sì! Sì! Dai!   Così posso fare il generale a interim!». Si voltò a guardare i suoi che sembravano un po’ perplessi.

«Perché quella facce? Se lo dice Savana, il mio amico Savana, sarà ben giusto attaccare. Potrò fare l’arciere a interim, lo scudo a interim, la freccia, la lancia tutto a interim!»

Intanto il gran capo Savana spiegava agli altri capi, perché anche loro mica erano tanto convinti, che quella guerra era giusta: «Ci saranno zero morti».

«Come è possibile? Non si vince una guerra se non si ammazzano i nemici»

«Infatti, zero morti per noi. Ammazziamo solo gli altri»

«Ah»

«E poi è una guerra preventiva»

«Cioè?»

«Attacchiamo noi prima che attacchino loro»

«Ma loro mica hanno detto che attaccano»

«Meglio prevenire e combattere»

«Ah»

«Il capo con i baffi è una minaccia per tutti» continuava il gran capo Savana.

«Ma non erano amici?» chiese uno.

«Zitto!» rispose il capo Tamtam «Se Savana dice che una cosa è giusta è giusta».

«Ma se quello con i baffi è pericoloso, facciamo fuori lui e basta»

«Già» dissero in molti.

«Bravo te! Morto un capo se ne fa un altro. Ne arriva uno, si fa crescere i baffi e vie, di nuovo».

«Meno male che non sono suo amico – disse il capo di una piccola tribù – Altrimenti tra qualche anno mi attacca».

Il capo Tamtam si spellava le mani ogni volta che Savana apriva bocca. Anche Borgh applaudiva: «A calci in culo anche quel terrone con i baffi».

«Lui ha delle frecce avvelenate che può tirare su tutti noi»

«Ce ne sono un sacco che hanno le frecce avvelenate» disse un capo.

«Sì ma lui le vuole tirare»

«Ma non le ha mica tirate!»

«Ma le vuole tirare!» insisteva il gran capo Savana.

«Scusa – disse uno piano piano al vicino – ma fino a ora, gli unici che hanno scagliato due frecce avvelenate, non sono proprio i nonni di Savana?»

«E’ vero, ce l’hanno in molti, ma nessuno le ha mai usate»

«Basta! – urlò il capo Tamtam – Ma non lo sapete che se noi oggi siamo un paese libero è grazie alla tribù di Savana che ci ha liberato!»

«Ma fino a ieri non eravamo un paese colonizzato?»

«Sì, ma se fossimo liberi sarebbe grazie alla tribù del gran capo savana che …».

Un colpo fortissimo fece sobbalzare tutti.

«Eccolo, attacca. E’ lui, il capo con i baffi! Ve lo avevo detto» urlava Savana.

«Alla guerra! alla guerra!» gridava Tamtam.

Un soldato della tribù di Savana scagliò una freccia intelligente nella direzione da cui era provenuto il colpo. Tutti si misero in assetto da combattimento.

Da dietro un cespuglio uscì spaventatissimo un vecchietto: «Scusate – disse tirandosi su i pantaloni – mi è scappata, non ce la facevo più».

«Avete visto? – urlò il gran capo Savana – Usano armi chimiche! All’attaccoooo!»

«All’attacco! All’attacco!».

Oggi, mi hanno detto, un discendente del gran capo Savana è diventato presidente di qualche stato. No forse di più stati che si sono messi insieme. Hanno tradotto il cognome in inglese, ma mi sembra che i metodi siano sempre quelli

 

Avevano un bel da fare a Mandinghia, ma i bianchi non c’era verso di mandarli via. Anzi, aumentavano ogni giorni.

“E’ un problema di armi” ripeteva Borgh camminando nervosamente attorno alla sua capanna. Bisso arrivò canticchiando una vecchia canzone mandinga di corte “Faccetta bianca, bella padana, vieni a vedere dei mandinghi la banaaaaa!”. L’urlo arrivò sfumato dal fondo del fosso di tre metri che Borgh aveva scavato camminando.

“Cosa fai lì capo?”

“Cercavo le nostre radici”

“Ah, io stavo pensando a come sbattere fuori i bianchi”

“Ma non sei tu che urli sempre ‘a calci in culo! A calci in culo!’”

“Già, però quelli sparano”

“Abbiamo bisogno di armi più potenti”

“Già”

“Ho trovato!”

“Sei sempre il migliore Bisso!”

“Chiediamo al capo tam tam, lui avrà certamente una soluzione”.

Partirono verso la Capanna delle libertà e trovarono il capo intento a comprare tamtam dalle popolazioni di foresta per fare un network di tamtam. Sinceramente cosa sia un network non lo so, ma la tradizione orale dice così.

“Qual buon vento?”

“Vorremmo una delle tue idee geniali”

“Pronti”. E gli spiegarono il problema.

“Ma è facile, direi banale. Mi stupisce che non ci siate arrivati prima!”

I due si guardarono in faccia mortificati.

“Scusate, abbiamo delle lance?”

“Sì, di quelle ne abbiamo”

“Basta cambiargli nome, le chiameremo: missili Patriot ed è fatta”

“Madonna che idea!”

“Con gli scudi è facile, togliamo la O e diventano Scud. Gli archi li chiamiamo Tornado e le frecce dardi intelligenti”

“Perché intelligenti?”

“Vorresti chiamarle stupide? Così si offendono e vanno dove vogliono loro?”

“No, no, scusa capo, scusa”.

“E’ fattaaaa!” Urlò Borgh pregustando l’attesa vittoria sui bianchi. Corse alla sua capanna, radunò tutti gli uomini e le armi e cominciò a cambiargli nome.

Ora vi faccio una confessione: questo brano della tradizione orale alcuni antenati si sono rifiutati di trasmettercela. A loro sembrava impossibile che uno potesse venire in mente che cambiando nome a una cosa, cambiasse anche quella, però, si sa, c’è sempre qualche griot ruffiano che per farsi bello la racconta…

Comunque partirono armati di Patriot, Scud e Tornado sicuri della vittoria.

Li vedete quelle due specie di obelischi di pietra là, ecco, sono il monumento ai superstiti. Fare un monumento ai caduti sarebbe stato troppo costoso.

 

Nei villaggi, intanto, iniziava a serpeggiare il malumore. Soprattutto in quelli governati dal clan del Bisso. Li riconoscevi perché nel bel mezzo del villaggio avevano eretto un totem altissimo con un grosso bufalo scolpito e sotto una scritta in verde: federalismo. Il totem era imponente, tanto è vero che anche molti clan di sinistra (i partiti dell’Acacia) avevano finito per adorarlo anche loro.

La gente però era scontenta perché da quando era stato deciso che i tributi non andavano più pagato all’amministrazione coloniale, ma direttamente ai capi villaggio, l’IVC (Imposta di Villaggio sulle Capanne) era salita di un bel po’. “Colpa dei capi villaggio precedenti” continuavano a ripetere quelli della Capanna delle Libertà, ma la gente iniziava a sentirsi un po’ presa per i fondelli. Qualcuno, più attento degli altri, scoprì che al bufalo del federalismo mancava qualcosa tra le zampe di dietro e che quindi in realtà si trattava di una bufala.

C’è un’antica tradizione, i nostri saggi antenati la conoscono bene, che proibisce di adorare le bufale. Credere alla bufale è tabù perché non è cosa saggia. Fu così che la gente cominciò a trascurare quel totem. Nessuno lo puliva più, nessuno faceva più sacrifici e poco a poco le piogge iniziarono a farlo marcire fino a che nessuno di ricordò più di lui.

Un giorno, ormai corroso e tarlato, crollò fragorosamente, abbattendosi proprio sulla Capanna delle Libertà.

“Un attentato!” urlò Bisso

“I comunisti, sono stati i comunisti” annunciò il capo tamtam

“No, sono gli integralisti bianchi, quelli ce l’hanno con noi - diceva Borgh – A calci nel culo dobbiamo prenderli!”.

“Dichiariamogli guerra”

“Bombardiamo l’Europa!”

Un anziano si avvicinò al totem e guardò il legno e si mise a ridere: “Sono state le termiti!”

“Termiti comuniste, sono termiti comuniste - ripetè allora il capo tamtam – Tutte uguali, non hanno capi, tutte con gli stessi diritti, condividono lo stesso termitaio!”

“No, sono le termiti bianche integraliste - disse Borgh – A calci nel culo dobbiamo prenderle a calci nel culo!”.

“Dichiariamogli guerra”

“Bombardiamo i termitai!”

 

Non solo faceva lo stregone ad interim, ma quando poteva, il capo tamtam, faceva anche il mago della pioggia, ad interim. Era stato preso come da una frenesia mai vista. Palava, parlava, parlava. Un giorno disse che gli spiriti del fiume non erano abbastanza efficienti e che i pescatori si lamentavano. Lui lo sapeva bene, perché la settimana prima aveva fatto il pescatore (ad interim). Fece una manfrina agli spiriti del fiume e poi decise di cacciarli tutti e di fare lui lo spirito (ad interim). Non passava giorno che uno dei membri del consiglio della Capanna delle Libertà non venisse sgridato, umiliato e infine cacciato. Un attimo dopo ecco che il capo assumeva il suo posto (ad interim). Cacciare balle lo aveva sempre fatto, ma con il passare del tempo aveva preso l’abitudine di spararne una in ogni discorso che faceva in pubblico: “Le due tribù più grosse del mondo si facevano la guerra da anni. Ora sono in pace e grazie a chi? Eh?”. Nessuno rispondeva, anche perché tutti sapevano che le due tribù non avevano fatto nessuna pace. “Grazie a me, che ho fatto ragionare i due capi, due miei cari amici”. I due capi nemmeno lo conoscevano, ma visto che non erano lì, poteva dire quello che voleva.

Persino la sua prima moglie incappò nelle ire del capo. Un giorno aveva macinato male il miglio e lui sentì scricchiolare sotto i denti la polenta. Andò su tutte le furie e cacciò la prima moglie. “Sarò io la mia prima moglie (ad interim)” disse orgoglioso.

Durante una gara di poesia balzò nel mezzo e si mise a recitare versi: “Nel mezzo del cammin di nostra vita… vi piace? L’ho scritto io. E sentite questa: Ei fu, siccome immobile, dato il mortal sospiro… bella vero? E questa, D’in su la vetta della torre antica…. L’Odissea, la conoscete l’Odissea? L’ho scritta io, molto tempo fa, però. Dopo l’Iliade. No prima. Non mi ricordo, avevo scritto anche l’Eneide, Guerra e Pace, Per chi suona la campana, Cent’anni di solitudine, i fumetti di Nando, Pecos Bill, Geppo buon diavolo…”. La gente non si perdeva un discorso. Nessuno si ricordava di aver mai riso tanto in vita sua.

Passando davanti al mercato vide che le donne chiacchieravano e si arrabbiò: “Bisogna lavorare, non perdere tempo!”. Cacciò tutte le donne e si mise a vendere lui (ad interim). Poiché però nessuno veniva al mercato (anche perché non era giorno di mercato, e le donne che chiacchieravano non erano venditrici, ma due hostess dell’Air France) decise di fare anche l’acquirente (ad interim). Vendeva, comprava, tirava sul prezzo, si dava il resto e ringraziava.

“Avete presente la Muraglia cinese? Chi credete che l’abbia costruita? - disse un giorno in piazza - Io, con le mie mani, mattone su mattone. Se aspettavo i cinesi ero ancora lì adesso. Io sono un capo muratore”.

Era iniziata la stagione secca e il sole picchiava forte. Il capo tamtam, che peraltro era pelato, cercava ombra e si sedette ai piedi di un baobab. Il sole però continuava a scaldargli la testa: “Ma che razza di albero è questo. Non fa nemmeno un filo d’ombra!”. Prese un’ascia e abbattè il baobab. Poi disse: “Lo farò io il baobab (ad interim)”. Allargò le braccia e attese che qualcuno venisse a sedersi ai suoi piedi. Subito non si accorse che tutti lo guardavano male. Anzi, iniziava ad arrabbiarsi: “Possibile che con tutti i perditempo che ci sono, nessuno venga qui a chiacchierare alla mia ombra?”.

Nessuno veniva perché quel baobab che lui aveva abbattuto era sacro.

“Sacro a chi?” chiese agli anziani che già si preparavano a fare un sacrificio per placare le divinità.

“Agli antenati”.

“Datelo a me quel capretto che sacrificate. Da oggi faccio io gli antenati (ad interim)”

“Ma gli antenati sono quelli che hanno scoperto questo posto e hanno fondato il villaggio!” dissero gli anziani.

“E allora? Io sono forse da meno? Chi ha scoperto l’America? Gli antenati? Io quando ero genovese (ad interim). E Roma chi l’ha fondata assieme a Romolo, Remolo, Pisolo e Gongolo, eh? Altro che questo villaggetto. Guardate lassù, lo vedete quell’aeroplano? L’ho inventato io, quando facevo l’ingegnere aeronautico (ad interim)”

 

Gli anziani cominciavano a essere preoccupati. Ormai non c’era cosa o persona che non rischiasse di essere sostituita dal capo (ad interim). Più di un uomo se lo trovò nel letto perché aveva deciso di sostituire sua moglie. Qualcuno lo vide scappare velocissimo nella savana inseguito da un leone dopo che aveva deciso di fare la gazzella, anzi un branco di gazzelle (a interim).

Ma il problema era che iniziava anche a confondere i ruoli. A una riunione dei più importanti capi tribù credeva di essere un’antilope e per essere visto nel mucchio (dato che era piccolo) si mise a fare le corna con le dita.

Un giorno faceva lo stregone (ad interim) e osservava la gente che portava i buoi da sacrificare. “Mi prendete in giro?” si mise a urlare. I poveri contadini si spaventarono: “Cosa abbiamo fatto di male, capo?”

“Sarebbero buoi questi? Magri che sembrano la morte in vacanza. E poi non sono capo, oggi sono stregone”

“Abbiamo solo questi, dobbiamo versare tutto il fieno alla Capanna delle Libertà, e per i buoi ne resta poco”. Il capo, che quel giorno era stregone, ad interim, andò su tutte le furie. Saltò giù dal suo trono e si mise a picchiare i contadini: “Vi faccio vedere io come devono essere i buoi!”. Cacciò via quei cornuti e si mise a muggire come un pazzo: “Devo fare tutto io qui! Anche il bue (ad interim)!”. Muggiva, muggiva e brucava. Poi, di scatto si ricordò che lui quel giorno era anche lo stregone addetto ai sacrifici. D’un lampo prese lo spadone: “Questo sì che è un bel bue, gli spiriti saranno contenti” disse, e si assestò un tremendo colpo di spada.

Ecco, ho finito. E adesso ditemi se non avevo ragione a essere arrabbiato: ce l’hanno o non ce l’hanno copiata questa storia?

Comunque ora mi sono sfogato e sto meglio.

Ho detto finito. La tradizione finisce qui.

Beh, ve ne andate sì o no? Ho detto finito, finito, finito!

Ma non avete una casa, una famiglia? No? Niente. Una vita vostra, niente, dovete proprio stare qui?

Visto che insistete, vi racconto ancora un apologo. Si intitola: Se il mondo fosse un villaggio. Però poi ve ne andate, chiaro? Promesso? Va bene.

 

C’era una volta, qui nel Sahel, un villaggio che si chiamava Mondo. Si chiamava così perché, per una strana coincidenza della storia, o forse per volere degli dei, era lo specchio in miniatura del nostro pianeta. In quel villaggio abitavano 100 persone: 57 erano Asiatici, 21 Europei, 14 Americani (Nord Centro e Sud America) e solo 8 erano Africani. (Pochi no? E voi che continuate a rompere che siamo troppi).

Bene, nel villaggio c’erano 52 donne e 48 uomini. Dei 100 abitanti di Mondo 30 erano bianchi e cristiani, mentre 70 pregavano altre divinità e avevano la pelle scura (tiè!).

I 6 più ricchi possedevano il 59% della ricchezza dell’intero villaggio e tutti e 6 erano statunitensi (sempre loro!). Ogni americano consumava una quantità di energia 338 volte superiore rispetto a un africano Quasi 80 abitanti del villaggio vivevano in case senza abitabilità, 70 erano analfabeti e 50 soffriva di malnutrizione.

Perché vi ho raccontato di questo villaggio, vi chiederete? Intanto perché se non mi inventavo qualcosa voi non vi toglievate dai piedi nemmeno morti. E poi perché se voi bianchi testoni, imparaste a guardare il mondo da un punto di vista diverso mica vi farebbe male! Per esempio, stamattina vi siete svegliati e stavate bene? Nessuna malattia? Benone, lo sapete che siete più fortunati del milione di persone che non vedranno la prossima settimana? Non lo sapevate, vero? No, perché non ci fate caso, voi. Devo arrivare io a dirvelo (spero che trattandovi un po’ male ve ne andiate e mi lasciate tornare a casa, ché son bello che stufo di raccontare).

Lo sapete che nel vostro frigorifero c’è del cibo, se nel vostro armadio ci sono dei vestiti e se il frigo e l’armadio stanno in una casa con il tetto (e non in una capanna), bè, allora sappiate che per ognuno di voi ce ne sono tre che tutta quella roba non ce l’hanno.

Non avete mai provato il pericolo di una battaglia? La solitudine dell'imprigionamento? L'agonia della tortura? I morsi della fame? Allora siete messi meglio di un circa mezzo miliardo di abitanti di questo mondo. La domenica potete andare nelle vostre chiese a pregare il vostro dio? (“vostro”, non esageriamo) Bene, lo sapete che almeno 3 miliardi di persone questo non possono farlo?

Allora? Come la mettiamo? Ci siete rimasti un po’ male?

Lo spero.

 

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venerdì, 28 gennaio 2005

Convegni, conferenze, eventi

 LO TSUNAMI SILENZIOSO

conferenza/dibattito sul disastro nel Sud-Est Asiatico

approfondimenti e riflessioni di una strage

Intervengono:

Prof. Marco Aime

docente di Antropologia Culturale dell'Università di Genova, Facoltà di Lettere e Filosofia

Carla Peruzzo

responsabile medico dei progetti italiani di Medici Senza Frontiere

Simona Oneto

delegata del FILCAMS CGIL Genova

lunedi 31 gennaio ore 20.15

presso i locali di Cral Bombardier, Vado Ligure.

postato da antropologi alle ore gennaio 28, 2005 13:36 | Permalink | commenti (3) / commenti (3) (pop-up)
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 LO TSUNAMI SILENZIOSO

conferenza/dibattito sul disastro nel Sud-Est Asiatico

approfondimenti e riflessioni di una strage

Intervengono:

Prof. Marco Aime

docente di Antropologia Culturale dell'Università di Genova, Facoltà di Lettere e Filosofia

Carla Peruzzo

responsabile medico dei progetti italiani di Medici Senza Frontiere

Simona Oneto

delegata del FILCAMS CGIL Genova

lunedi 31 gennaio ore 20.15

presso i locali di Cral Bombardier, Vado Ligure.

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martedì, 25 gennaio 2005

Convegni, conferenze, eventi

 Venerdì 28 gennaio ore 17,30

Presentazione del libro

ECCESSI DI CULTURE (Einaudi 2004)

Interverrà l'autore Marco Aime, ricercatore di antropologia culturale all'Università di Genova.

"A incontrarsi o scontrarsi non sono culture, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato va cercata nel suo costante divenire."

L'incontro, gratuito e aperto a tutti, si svolgerà presso la Culture Factory della Fondazione ENI Enrico Mattei, piazza della Vittoria 7/2, Genova.

Date le dimensioni ridotte della sala, si raccomanda la prenotazione telefonica (da lunedì a giovedì dalle 14 alle 20 al numero 0105774357).

postato da antropologi alle ore gennaio 25, 2005 16:00 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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 Venerdì 28 gennaio ore 17,30

Presentazione del libro

ECCESSI DI CULTURE (Einaudi 2004)

Interverrà l'autore Marco Aime, ricercatore di antropologia culturale all'Università di Genova.

"A incontrarsi o scontrarsi non sono culture, ma persone. Se pensate come un dato assoluto, le culture divengono un recinto invalicabile, che alimenta nuove forme di razzismo. Ogni identità è fatta di memoria e oblio. Più che nel passato va cercata nel suo costante divenire."

L'incontro, gratuito e aperto a tutti, si svolgerà presso la Culture Factory della Fondazione ENI Enrico Mattei, piazza della Vittoria 7/2, Genova.

Date le dimensioni ridotte della sala, si raccomanda la prenotazione telefonica (da lunedì a giovedì dalle 14 alle 20 al numero 0105774357).

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sabato, 22 gennaio 2005

Convegni, conferenze, eventi

 giovedì 27 gennaio

Conferenza nell'ambito della mostra "Io sono Bororo"

Culture indigene e patrimonio immateriale

  Castello D'Albertis
Museo delle Culture del Mondo
Museo delle Musiche dei Popoli


Incontro con Marco Antonio Ribeiro, Istituto Brasile Italia, Milano


Ore 17.00


Ingresso libero

postato da antropologi alle ore gennaio 22, 2005 19:09 | Permalink | commenti (1) / commenti (1) (pop-up)
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Incontro con Marco Antonio Ribeiro, Istituto Brasile Italia, Milano


Ore 17.00


Ingresso libero

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sabato, 22 gennaio 2005

Seminario del lunedi

Lunedi prossimo alle 14,30 in sezione Andrea ci proporrà il suo lavoro video Etiopia 1936.

Seguirà un dibattito-confronto sui temi del video e sull'utilizzo dei mezzi audiovisivi nelle indagini di ricerca storica ed etnoantropologica. 

postato da antropologi alle ore gennaio 22, 2005 18:59 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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Lunedi prossimo alle 14,30 in sezione Andrea ci proporrà il suo lavoro video Etiopia 1936.

Seguirà un dibattito-confronto sui temi del video e sull'utilizzo dei mezzi audiovisivi nelle indagini di ricerca storica ed etnoantropologica. 

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martedì, 11 gennaio 2005

BUON ANNO!!!

 auguri di buon anno a tutti, il 2005 inizia molto bene, innanzitutto un saluto al nostro ospite straniero TONNOPLAST, speriamo di avere presto l'occasione di incontrarlo, nel frattempo i nostri più calorosi auguri per un anno nuovo all'insegna dell'antropologia anonima. Ci teniamo inoltre a fare i nostri più affettuosi e sentiti auguri di pronta guarigione ad uno dei nostri nuovi e più validi membri, Tania che nel tentativo di emulare D'Albertis ha avuto un incidente in bici, speriamo che possa riprendere prestissimo a frequentare il nostro beneamato seminario. A questo proposito, le novità per il nuovo anno sono numerose e interessanti; per chi non c'era ieri un breve riassunto della puntata: non avendo programmato granchè, siamo tornati di nuovo sulla questione COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E AIUTI ALLO SVILUPPO un po' per l'attività di volontariato in Burundi proposta qualche incontro fa, un po' per la questione del Sud-Est Asiatico e del post-tsunami. La discussione, cominciata proprio sull'eventuale partecipazione a progetti del cosiddetto "sviluppo sostenibile", si è poi allargata a temi più vasti come l'utilizzo di tecnologie avanzate nei paesi del sud del mondo, la funzione dell'antropologia e della sociologia in relazione a questi progetti, l'adesione da parte delle popolazioni locali etc.etc....insomma è stato un bel pomeriggio... gli appuntamenti nell'immediato futuro saranno:

esposizione e confronto sull'opera di Claude Lévi-Strauss a cura di Camilla Traldi

visita alla mostra "Io sono Bororo" presso il Castello D'Albertis 

discussione e confronto sulla tesi in antropologia culturale "La marea dialettale" di Sonia Cosco (dottoressa in Filosofia, Università di Genova)

faccia a faccia sull'identità nera e l'afrocentrismo: Lena vs Mambu

incontro sui classici dell'antropologia

postato da antropologi alle ore gennaio 11, 2005 13:41 | Permalink | commenti (6) / commenti (6) (pop-up)
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BUON ANNO!!!

 auguri di buon anno a tutti, il 2005 inizia molto bene, innanzitutto un saluto al nostro ospite straniero TONNOPLAST, speriamo di avere presto l'occasione di incontrarlo, nel frattempo i nostri più calorosi auguri per un anno nuovo all'insegna dell'antropologia anonima. Ci teniamo inoltre a fare i nostri più affettuosi e sentiti auguri di pronta guarigione ad uno dei nostri nuovi e più validi membri, Tania che nel tentativo di emulare D'Albertis ha avuto un incidente in bici, speriamo che possa riprendere prestissimo a frequentare il nostro beneamato seminario. A questo proposito, le novità per il nuovo anno sono numerose e interessanti; per chi non c'era ieri un breve riassunto della puntata: non avendo programmato granchè, siamo tornati di nuovo sulla questione COOPERAZIONE INTERNAZIONALE E AIUTI ALLO SVILUPPO un po' per l'attività di volontariato in Burundi proposta qualche incontro fa, un po' per la questione del Sud-Est Asiatico e del post-tsunami. La discussione, cominciata proprio sull'eventuale partecipazione a progetti del cosiddetto "sviluppo sostenibile", si è poi allargata a temi più vasti come l'utilizzo di tecnologie avanzate nei paesi del sud del mondo, la funzione dell'antropologia e della sociologia in relazione a questi progetti, l'adesione da parte delle popolazioni locali etc.etc....insomma è stato un bel pomeriggio... gli appuntamenti nell'immediato futuro saranno:

esposizione e confronto sull'opera di Claude Lévi-Strauss a cura di Camilla Traldi

visita alla mostra "Io sono Bororo" presso il Castello D'Albertis 

discussione e confronto sulla tesi in antropologia culturale "La marea dialettale" di Sonia Cosco (dottoressa in Filosofia, Università di Genova)

faccia a faccia sull'identità nera e l'afrocentrismo: Lena vs Mambu

incontro sui classici dell'antropologia

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Utente: antropologi
Nome: Ricercatori e specializzandi in Antropologia culturale ed Etnologia Università degli Studi di Genova


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